
Una sostanziale tenuta delle esportazioni ed un aumento delle importazioni italiane dell'1,1% ma con una flessione della quota sulle importazioni
mondiali, scesa dal 3,5 % del 2007 al 3,3 % del 2008.
La ragione principale sta nel modello di specializzazione dell'industria italiana, ancora troppo orientato verso settori a domanda mondiale relativamente lenta.
Questi in sintesi i risultati della crisi nel 2008 sulla situazione economica italiana che emergono dal Rapporto ICE 2008 – 2009, elaborato sui dati resi disponibili dall'Istat e presentato il 22 luglio a Roma, alla presenza del Ministro dello Sviluppo Economico On.le Claudio Scajola, del Vice Ministro On.le Adolfo Urso, del Presidente dell'ICE Amb. Umberto Vattani e del Presidente dell'Istat Prof. Luigi Biggeri.
Il Rapporto sull'Italia nell'economia internazionale, indicatore dell'andamento mondiale del commercio per aree e settori, ha ricordato l'Amb. Umberto Vattani è frutto di una collaborazione decennale tra ICE e Istat.

La lieve crescita del valore delle esportazioni di beni dall'Italia nel 2008 (+ 0,3%, di cui –3,7 % verso i Paesi UE e + 6,5% verso l'area extra – UE), spiega il Presidente dell'Istat Prof. Luigi Biggeri, si inserisce in uno scenario internazionale che ha visto un aumento in valore del 15,2% del commercio mondiale, dovuto a un incremento notevole dei valori medi unitari (+12,9%) ed a un più contenuto aumento dei volumi (+ 2,3%). La lieve flessione della quota di mercato delle esportazioni italiane in valore mostrata nel 2008 è in linea con le tendenze riscontrate per le altre grandi economie europee. Più nel dettaglio, si legge nel rapporto, "la perdita di quota delle esportazioni italiane nel 2008 si è verificata in quasi tutte le aree, cancellando gli effetti del lieve recupero registrati nell'anno precedente. L'unica eccezione di rilievo è l'Africa settentrionale dove il nostro export ha ulteriormente rafforzato la propria posizione, forse anche per effetto delle vendite di beni intermedi e d'investimento legate ai processi di frammentazione internazionale della produzione”.
Il Ministro dello Sviluppo Economico On.le Claudio Scajola, nel commentare i dati, si è dimostrato fiducioso e certo che il nostro Paese sta evidenziando segnali di potenziale ripresa a dimostrazione del probabile superamento della fase peggiore della crisi. E qualche risultato incoraggiante si è già delineato con i primi cinque mesi del 2009: il saldo del Made in Italy ha tenuto grazie al settore dei macchinari industriali ed al mantenimento di posizioni di rilievo dei comparti moda e arredo, registrando un saldo positivo superiore ai 22 miliardi di euro.
Dello stesso avviso anche il Vice Ministro allo Sviluppo Economico, con delega al Commercio Estero, On.le Adolfo Urso che ha elogiato le imprese italiane campioni dell'internazionalizzazione: Fiat per il settore automobilistico, Impregilo per il settore delle costruzioni, Finmeccanica per l'alta tecnologia e Eni ed Enel per i settori nucleare e energetico, oltre alla Bracco ed ai vini Ferrari che hanno raccontato la loro storia di successo sui mercati esteri. L'On. Urso ha infine ha puntato l'attenzione verso le nuove rotte dove individuare maggiori opportunità per il Made in Italy: Africa, Medio Oriente, Golfo Persico, Oceano Indiano, Singapore e, in prospettiva, Filippine e Oceania. Paesi emergenti, che per crescere devono acquistare macchinari italiani.

Le considerazioni conclusive del Rapporto:
La crisi che ha colpito l'economia mondiale al culmine di una delle sue fasi espansive più
intense e diffuse è molto grave. Contrariamente a quanto inizialmente previsto, la forte
diminuzione della domanda nei paesi sviluppati, anticipata e rafforzata dalle perturbazioni
dei mercati finanziari e immobiliari, non è stata compensata dalla crescita dei consumi nei
paesi emergenti, rivelando in diversi settori eccedenze strutturali di capacità produttiva.
Privati del sostegno offerto dalla domanda estera, anche i paesi in via di sviluppo, nei quali
la crescita era stata sostenuta dall'aumento dei prezzi delle materie prime, sono stati
risucchiati nel vortice della recessione.
Nell'insieme delle economie emergenti e in via di sviluppo, e in particolare in Asia orientale,
la produzione continua in realtà ad aumentare a tassi relativamente sostenuti, ma l'impulso
che ne deriva per la domanda mondiale non è evidentemente ancora sufficiente a
compensare gli effetti della grave recessione in cui sono scivolati quasi
contemporaneamente tutti i paesi sviluppati.
Il commercio internazionale, che in passato aveva funzionato come meccanismo di trasmissione degli stimoli espansivi generati dalla domanda interna dei vari paesi, ha risentito della crisi in misura amplificata, accelerandone la diffusione nelle economie più dipendenti dalle esportazioni. La forza della contrazione degli scambi può essere spiegata con l'inusuale simultaneità della recessione nei diversi paesi, con la restrizione dei crediti al commercio dovuta alla crisi finanziaria e con il peso crescente assunto dagli scambi di beni e servizi intermedi all'interno delle reti internazionali in cui si è andata articolando la frammentazione verticale dei processi produttivi, con il risultato di aumentare l'elasticità degli scambi rispetto al Pil, sia nelle fasi di espansione che in quelle di contrazione.

Anche gli investimenti diretti esteri, che nel corso del decennio avevano ripreso a crescere
ancora più rapidamente del commercio, appaiono in netta contrazione, facendo venire a
mancare un sostegno importante all'espansione della capacità produttiva, soprattutto nei
paesi in via di sviluppo.
Negli ultimi mesi sono tuttavia comparsi diversi segnali che fanno presagire un possibile
miglioramento della congiuntura. L'allentamento delle tensioni sui mercati finanziari e della
sfiducia che ne deriva, la ripresa dei prezzi delle materie prime, il recupero dei traffici
commerciali nei porti convergono nell'indicare che il momento peggiore della crisi potrebbe
essere stato superato. Le variazioni tendenziali della produzione e degli scambi risultano
ancora negative, ma la loro entità si va riducendo. Per l'anno prossimo è generalmente
previsto il ritorno a tassi di crescita positivi, soprattutto nelle aree emergenti.
Tuttavia la velocità della ripresa si profila modesta e i rischi a cui è soggetta sono ancora elevati. I mercati finanziari e immobiliari da cui si è sprigionata la crisi, pur avendo evitato il crollo, non hanno ancora recuperato un equilibrio adeguato e privo di ombre. Le ripercussioni reali del dissesto finanziario non si sono esaurite, e anzi si ritiene che la caduta della produzione farà sentire ancora a lungo i suoi effetti negativi sull'occupazione e sui salari. Non sembra dunque destinato a venir meno rapidamente quel ristagno dei consumi nei paesi sviluppati, che è il fattore più importante di indebolimento della domanda globale. Le politiche macroeconomiche hanno finora svolto in modo energico il loro ruolo di contrasto alla caduta della domanda, ma alcune delle misure adottate, specie in campo fiscale, non sono sostenibili a lungo e anzi l'indebitamento che ne deriva rappresenta un vincolo pesante per il futuro.
Onde restituire all'economia mondiale condizioni favorevoli a quella ripresa di fiducia, che è
indispensabile per sostenerne lo sviluppo, occorre, da un lato, programmare con attenzione
il ritorno a politiche monetarie e fiscali equilibrate, dall'altro, realizzare con decisione le
riforme strutturali nelle istituzioni interne e internazionali da cui dipende fondamentalmente
la capacità di crescita delle economie. Tra queste un ruolo importante spetta al sistema
commerciale internazionale, sottoposto negli ultimi tempi a tensioni crescenti per il ritorno
della domanda di protezionismo, in un contesto di crisi dei negoziati multilaterali nell'Omc e
di moltiplicazione delle iniziative di liberalizzazione preferenziale degli scambi. La
recentissima dichiarazione dei governi dei principali paesi, riuniti nel vertice G-8 dell'Aquila,
contiene un impegno a dare un esito rapido ai negoziati Omc, completando con un accordo
ambizioso la Doha Development Agenda. Il rispetto di questo impegno potrebbe contribuire
in misura notevole a migliorare le relazioni internazionali, la fiducia nel sistema multilaterale
e le condizioni per la ripresa e la diffusione della crescita.
Considerazioni simili si applicano a maggior ragione all'economia italiana, che è entrata in
crisi profonda, dopo un lungo periodo di ristagno. Come si è visto nelle pagine precedenti,
la caduta della produzione e degli scambi è stata in Italia più pesante che in altri paesi
dell'area dell'euro. Segni di difficoltà erano già visibili all'inizio del 2008, prima ancora che
la crisi colpisse più duramente, e i dati sono progressivamente peggiorati nei mesi
successivi.
Il deterioramento nella bilancia dei pagamenti correnti, alimentato dal rincaro delle materie
prime, ma anche dagli oneri crescenti su un debito estero che ha raggiunto dimensioni
ragguardevoli, si è verificato malgrado una caduta del volume delle importazioni che, a
riprova della gravità della crisi interna, è stata più marcata di quella delle esportazioni.
Peraltro le esportazioni italiane sono diminuite più della domanda mondiale, ritornando a
perdere quota non soltanto rispetto ai paesi emergenti e ai paesi in via di sviluppo
produttori di materie prime, ma anche rispetto alle esportazioni dell'area dell'euro. La
tendenza declinante delle quote italiane è stata analizzata ripetutamente in questo Rapporto
ed è dovuta principalmente alle caratteristiche del modello di specializzazione dell'industria
italiana, ancora orientato verso settori a domanda mondiale relativamente lenta.
Le imprese italiane devono inoltre affrontare problemi di competitività che derivano non solo
dall'apprezzamento dell'euro, ma soprattutto da una crescita insufficiente della produttività,
riconducibile tra l'altro alle carenze del sistema nazionale della formazione e della ricerca.
La parte più vitale del sistema imprenditoriale ha in realtà dimostrato di saper reagire a
questi problemi. Si tratta principalmente di imprese di medie dimensioni, spesso sorte
all'interno di sistemi produttivi locali di piccola impresa, dei quali continuano a valorizzare le
radici territoriali dei vantaggi competitivi. Queste imprese, da un lato, hanno gestito
l'apprezzamento dell'euro praticando strategie appropriate di discriminazione di prezzo tra i
diversi mercati, dall'altro, hanno puntato al miglioramento qualitativo dei propri prodotti,
collocandosi nelle fasce di mercato più remunerative e sofisticate. Per farlo, hanno
imboccato percorsi differenziati di internazionalizzazione, spostando nei paesi a salari più
bassi alcune fasi dei processi produttivi e investendo anche nella distribuzione, per
rafforzare il proprio potere di mercato nei paesi sviluppati o emergenti.

I segni di questa reazione sono ancora visibili in alcuni dei dati presentati in questo
Rapporto, ad esempio nell'industria alimentare, nell'abbigliamento e nella meccanica, e
configurano anche una sia pur lenta evoluzione del modello di specializzazione in direzioni
diverse da quelle tradizionali, ma stentano a consolidarsi nei dati aggregati e sono ora
esposti ai grandi rischi aperti dalla crisi.
Per evitare che questi segnali si spengano, è necessario in Italia, ancor più che in altri paesi,
prendere con serietà la strada delle riforme strutturali. L'agenda delle misure da adottare,
ampia e complessa, è da molto tempo al centro di un dibattito intenso. Dalla prospettiva dei
temi analizzati in questo Rapporto, un obiettivo essenziale resta l'aumento del grado di
apertura internazionale dell'economia italiana, in tutti i suoi aspetti.
Come si è visto nelle pagine precedenti, la crisi ha fatto ulteriormente arretrare indicatori di apertura che erano già sensibilmente più bassi di quelli degli altri paesi dell'area dell'euro di dimensioni comparabili all'Italia. Ciò vale in particolare per il grado di penetrazione delle importazioni e per la capacità di attrarre investimenti dall'estero, da cui dipendono in misura non trascurabile gli stimoli competitivi per le imprese italiane. Si tratta sia dell'effetto selettivo che una maggiore esposizione alla concorrenza esterna esercita nel tessuto imprenditoriale, premiando le aziende più efficienti e innovative, sia della qualità e del costo dei beni e dei servizi intermedi acquistati all'interno, che condizionano anche la competitività delle imprese più orientate all'esportazione.
Se l'apertura dei mercati dipende in grande misura da scelte compiute a livello comunitario e dal successo dei negoziati Omc, le politiche nazionali hanno comunque la responsabilità di concorrere a tali scelte e di favorirne l'attuazione, soprattutto nel comparto cruciale dei servizi alle imprese. Dalle politiche nazionali, e in particolare dalle riforme strutturali comunque necessarie per rilanciare l'economia, dipende anche la capacità del sistema di attrarre investimenti dall'estero.
Alle politiche di sostegno allo sviluppo economico, e in particolare all'ICE, spetta inoltre il
compito fondamentale di favorire la proiezione esterna delle imprese italiane, diffondendo la
cultura dell'internazionalizzazione e offrendo servizi utili per ampliare il numero di imprese
capaci di operare sui mercati esteri e per rafforzare la presenza di quelle già attive.
Aprire i mercati, interni ed esteri, resta uno degli ingredienti essenziali delle strategie
necessarie per superare la crisi e riportare i sistemi economici su un sentiero di sviluppo più
equilibrato.

Comunicati stampa:
22 luglio 2009
ICE: NEL 2008 TIENE L’EXPORT (+0,3 % IN VALORE) E LA GERMANIA SI CONFERMA PRIMO PARTNER COMMERCIALE DELL’ITALIA
La graduatoria dei principali Paesi di destinazione delle esportazioni italiane (nel complesso aumentate dello 0,3% nel 2008) non è particolarmente mutata rispetto all’anno precedente. E’ quanto emerge dal Rapporto ICE 2008-2009 elaborato su dati resi disponibili dall’ISTAT e presentato oggi a Roma.
Al primo posto si conferma la Germania, sebbene il valore delle esportazioni verso questo Paese sia diminuito dell’1,3%, seguita dalla Francia (-2,5%), mentre una flessione più netta si è registrata verso la Spagna (-12,7%), rimasta al terzo posto dei principali mercati di destinazione. La Russia ha migliorato la propria posizione, attestandosi al settimo posto (+ 9,5%).
Sono diminuite inoltre le esportazioni verso gli Stati Uniti (-5%), quarto Paese di sbocco per le nostre esportazioni, mentre quelle verso la verso la Cina sono aumentate del 2,5%. La posizione in graduatoria della stessa Cina (14° posto) e quella del Giappone (17° posto) sono rimaste stabili.
Le importazioni italiane sono invece aumentate dell’1,1% in valore, soprattutto dai Paesi esportatori di materie prime energetiche quali Libia (che è passata dall’ottavo al quinto posto), Russia (giunta al sesto posto) e Algeria (+41% rispetto al 2007) che ha guadagnato due posizioni nella graduatoria dei principali fornitori dell’Italia. In classifica quest’anno sono entrati anche Azerbaigian e Arabia Saudita, a conferma della forte incidenza dei prodotti energetici sugli acquisti di merci dall’estero.Le importazioni dalla Cina sono ulteriormente aumentate (+8,8%) così come la sua quota sull’import dell’Italia (arrivata al 6,3%).
Il deterioramento del saldo commerciale nel 2008 è derivato principalmente dagli scambi con i Paesi produttori di materie prime (Africa, Medio Oriente e Russia), effetto della forte crescita dei prezzi sul valore delle importazioni nella prima parte dell’anno. Vi hanno contribuito anche l’aumento del disavanzo con la Cina e la riduzione dell’attivo con gli Stati Uniti, effetto della recessione sulle esportazioni italiane e del deprezzamento del dollaro.Migliorato invece il saldo con l’Unione europea, risultato di una contrazione delle importazioni maggiore rispetto a quella delle esportazioni.
I dati disponibili sui primi cinque mesi del 2009 mostrano ancora una sensibile caduta delle esportazioni e delle importazioni con tutte le aree, mentre i saldi risentono favorevolmente del calo dei prezzi delle materie prime importate rispetto ai picchi raggiunti nella prima parte dell’anno scorso. Le esportazioni infatti presentano diminuzioni che coinvolgono tutti i Paesi e le aree geoeconomiche, ad eccezione della Cina. Per le importazioni tendenze negative si rilevano per i principali partner commerciali.
Nello stesso periodo si registrano saldi positivi, in particolare, con gli Stati Uniti, l’Oceania, la Svizzera, i paesi asiatici (Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Malaysia e Thailandia) ed il Messico.
Per informazioni: Ufficio Stampa ICE - Tel. 06 59926991 - Fax 06 89280366 - E-mail: stampa@ice.it

22 luglio 2009
ICE: MIGLIORA IL SALDO NEI MEZZI DI TRASPORTO, METALLURGIA, MECCANICA, ALIMENTARE E ABBIGLIAMENTO
Come si evince dai dati contenuti nel Rapporto ICE 2008-2009 presentato oggi a Roma, a fronte di una forte dilatazione del disavanzo energetico causata dalla dinamica dei prezzi delle materie prime nella prima parte dell’anno, il 2008 ha visto un deciso miglioramento del saldo manifatturiero (da 51 a 62 miliardi di euro), dovuto essenzialmente ad un calo delle importazioni superiore a quello delle esportazioni.
Un miglioramento dei saldi si è manifestato in molti settori, e in particolare nei mezzi di trasporto (da - 6,4 a - 2,8 miliardi di euro), nella metallurgia (da - 6,3 a - 3 miliardi), nella meccanica (da 48 a 50 miliardi), negli alimentari (da -4,4 a -3,3 miliardida 10,4 a 9,9 miliardi) e nell’abbigliamento (da 4,2 a 4,3 miliardi).
In controtendenza sono risultati alcuni settori di specializzazione tradizionale (tessile, calzature, elettrodomestici, mobili, gioielli) nei quali la flessione delle esportazioni è stata tanto forte da determinare un peggioramento del saldo. In alcuni casi, ad esempio negli elettrodomestici, la contrazione delle esportazioni potrebbe essere legata anche allo spostamento all’estero di alcune produzioni destinate ai mercati internazionali.
I dati disponibili sui primi cinque mesi del 2009 registrano mostrano un saldo negativo per 3,5 miliardi di euro, in decisa contrazione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-6,2 miliardi). Nel complesso le esportazioni si sono ridotte (-24,9%) all’incirca quanto le importazioni (-25,6%).
In un contesto globale di contrazione degli scambi, spicca il risultato positivo delle esportazioni italiane in Cina, cresciute dell’1,3% nei primi cinque mesi del 2009 (del 18,9% nel solo mese di maggio), grazie soprattutto al buon risultato della meccanica.
In termini di quote di mercato, tra i manufatti, si registra l’incremento dell’abbigliamento, dove, sia pure in un contesto di domanda mondiale in contrazione, si è consolidato il recupero di quota dell’anno precedente, mentre la Cina, per la prima volta dopo molti anni, ha subito un leggero arretramento. Ciò potrebbe segnalare l’avvio di una fase nuova per l’industria italiana dell’abbigliamento, resa possibile dagli intensi processi di ristrutturazione e riqualificazione produttiva che la hanno caratterizzata durante la sua lunga crisi.
Un’attenzione particolare merita il settore dei componenti per automobili e altri mezzi di trasporto, che ha avviato da tempo un processo di internazionalizzazione produttiva. Le imprese italiane hanno ottenuto in questo comparto rilevanti successi competitivi sui mercati di esportazione. Pur scosse dalla crisi economica globale, che ha colpito in modo particolarmente forte proprio l’industria automobilistica, esse si trovano in una posizione favorevole per affrontare la fase di profonda ristrutturazione in cui è entrato il settore.
Per informazioni: Ufficio Stampa ICE - Tel. 06 59926991 - Fax 06 89280366 - E-mail: stampa@ice.it

22 luglio 2009
ICE: IL NORD-OVEST SOSTIENE L’EXPORT, CRESCONO LE QUOTE DI EMILIA ROMAGNA E DEL MEZZOGIORNO
Secondo i dati contenuti nel Rapporto ICE 2008-2009 presentato oggi a Roma, dal punto di vista della distribuzione territoriale delle esportazioni, il 2008 è stato caratterizzato da una significativa flessione di quota dell’Italia centrale e nord-orientale, dovuta principalmente alle perdite subite dal Veneto, dalla Toscana e dalle Marche, il cui export ha risentito in misura consistente della crisi economica globale, soprattutto nei settori tradizionali. L’Emilia Romagna ha invece fatto registrare un ulteriore incremento di quota, che ha prolungato la tendenza espansiva in corso da molti anni.
Il risultato relativamente migliore ottenuto dall’Italia nord-occidentale è stato invece principalmente generato dall’industria metalmeccanica in Lombardia e in Liguria e dai mezzi di trasporto e dagli alimentari in Piemonte. Il nuovo incremento di quota conseguito dal Mezzogiorno si deve invece essenzialmente all’aumento dei prezzi dei prodotti energetici, che ha dilatato il valore delle esportazioni di Regioni come la Sicilia e la Sardegna, fortemente specializzate in questo comparto. Anche l’Abruzzo ha fatto registrare una crescita delle esportazioni superiore alla media nazionale, soprattutto per il contributo degli autoveicoli.
Di rilievo anche il contributo alle esportazioni fornito dai distretti industriali - aggregati di piccole e medie imprese specializzate nelle produzioni tipiche del made in Italy - che nel 2008 si è attestato mediamente vicino al 38%, con punte del 61% nel tessile e nei mobili e del 58% nella filiera del cuoio-calzature.
Peraltro alcuni distretti industriali hanno da tempo imboccato un sentiero evolutivo che li sta trasformando da sistemi territoriali orientati all’esportazione, ma con filiere produttive prevalentemente interne al distretto, in centri di coordinamento di catene produttive transnazionali che, senza smarrire le proprie radici territoriali, integrano anche i sistemi produttivi locali di paesi a bassi salari come la Cina.
Negli ultimi tre anni è inoltre ulteriormente aumentata la concentrazione delle esportazioni di servizi nelle due Regioni (Lombardia e Lazio) in cui si collocano le città con la sede delle maggiori imprese del terziario. È tuttavia cresciuta sensibilmente anche la quota del Veneto.
Per informazioni: Ufficio Stampa ICE - Tel. 06 59926991 - Fax 06 89280366 - E-mail: stampa@ice.it

