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Gennaio 2007
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I Presidenti passati e presenti di Isetan hanno ribadito di ritenere che vi saranno solo quattro società di grandi magazzini degne di menzione entro la fine di questo decennio, e hanno chiarito la propria determinazione non solo a essere della partita, ma ad essere alla testa del gruppo. Diversamente da Takashimaya, Mitsukoshi, Sogo, Seibu e Daimaru, Isetan è un “club” piuttosto che una catena, un club sempre più dominato dal negozio principale di Shinjuku. Isetan è noto per dipendere per quasi il 60% del proprio fatturato dal suo flagship shop nel quartiere di Shinjuku, il punto vendita al dettaglio che vende di più in assoluto in Giappone. Nonostante sia apprezzato, la principale critica mossa a Isetan è stata la sua dipendenza da un solo negozio. I suoi altri negozi non hanno nulla della raffinatezza o del seguito goduto da Shinjuku, con punti vendita come quello di Niigata ignorato tanto dai dipendenti quanto dai clienti. Queste affermazioni non colgono tuttavia il concetto fondamentale di Isetan e la sua strategia a lungo termine. Diversamente dai suoi concorrenti, Isetan non ha creato una catena di propri grandi magazzini, ma ha lavorato alla creazione di un gruppo di acquisti proprio denominato ADO. Anziché rischiare capitali in nuovi punti vendita, in un paese in cui esistono già troppi grandi magazzini, Isetan ha concentrato gli sforzi sul potenziamento delle relazioni con gli aderenti al gruppo ADO nel tentativo di creare una catena nazionale di grandi magazzini. Negli ultimi tre anni, Isetan ha di fatto acquisito Iwataya, Meitetsu e Marui Imai, e corrono indiscrezioni di nuove acquisizioni in futuro. Nu La chiave allo sviluppo di questa strategia risiede naturalmente in quanto sia utile il supporto di Isetan e se esso sia sufficiente a invertire le sorti di un gruppo di grandi magazzini che hanno sofferto in presenza della nuova concorrenza. Nonostante Marui Imai e Meitetsu godano di forti legami in loco, stanno subendo fortissime pressioni dai grandi magazzini affiliati alle stazioni JR (Japan Railways) quali Daimaru a Sapporo e Takashimaya a Nagoya, per non parlare dei negozi di Mitsukoshi nelle stesse città. Finora, l’influenza di Isetan è stata benefica. Iwataya ha registrato un sensibile incremento del fatturato nel corso dell’ultimo anno con buoni inizi stagionali in marzo e settembre, con un +6% in entrambi mesi. Nel complesso lo scorso anno finanziario il fatturato si è stabilizzato a 85,6 miliardi di yen (ca. 554 mln. di euro), con un incremento dello 0,3% rispetto al precedente esercizio. Il principale cambiamento a Iwataya è stata la graduale trasformazione del negozio principale in un emporio di moda, sulla falsariga di Isetan Shinjuku, oltre al collegamento del punto vendita ai sistemi informatici di Isetan stesso. Con una più rapida propagazione dei trend della moda fra Tokyo e le capitali regionali, il tentativo di replicare Isetan Shinjuku nelle città chiave dovrebbe dare i suoi frutti. In questo modo si daranno maggiori opportunità ai marchi esteri che sono stati prescelti dai buyer di Isetan, ma che finora erano stati limitati a vendere in seno a Shinjuku. Solo questo autunno, Iwataya ha assistito all’introduzione di 28 nuovi marchi, di cui non meno di 21 venduti a Isetan Shinjuku. Meitetsu a Nagoya è stato duramente colpito dalla concorrenza di JR Takashimaya ma, nei sei mesi fino a settembre, ha registrato un’impennata del 5,4% del fatturato. La società ha formalizzato l’alleanza con Isetan nel febbraio 2005. Nonostante abbiano sensibilmente contribuito i reparti alimentari nel seminterrato noti con il nome di depa-chika (dall’abbreviazione di “department” e “chika”, sotterraneo in giapponese, n.d.t.), anche le migliori vendite di abbigliamento uomo e donna hanno contribuito, in particolare le aree rinnovate dedicate alla moda giovane. Tuttavia, i reali risultati della collaborazione giungeranno come risultato degli ingenti investimenti nel restauro di negozi e dai nuovi marchi lanciati quest’autunno. I tre edifici principali del punto vendita sono stati trasformati in un edificio principale, un’ala uomo e una dedicata ai giovani, analogamente a quanto fatto a Shinjuku. La prima fase della ristrutturazione è costata 3,5 miliardi di yen (ca. 22,6 mln. di euro), un investimento senza precedenti da parte di Meitetsu, reso possibile solo grazie al sostegno di Isetan. L’ala “Young”, riservata ai giovani, ha 26 nuovi marchi mentre l’edificio principale ha un piano di 1.700 mq dedicato ai cosmetici. L’ala uomo, che ha aperto a fine ottobre, è il primo spazio shopping dedicato all’uomo a Nagoya, ed è fortemente influenzata da Isetan Men’s di Shinjuku. La prossima primavera, apriranno anche il pianterreno e il primo piano. A Sapporo, Marui Imai si è alleato con Isetan nel 2005. Lo scorso autunno il suo fatturato è salito dell’1,8% in settembre e del 2% in ottobre, dopo le pesanti perdite riscontrate nei fatturati dall’esercizio 2002 al 2005 di 10 miliardi di yen che ridussero il fatturato a 58 miliardi. Per il momento, Isetan si è dedicato principalmente a eliminare le tradizionali iniziative dei grandi magazzini regionali quali giornate dedicate alle vendite natalizie riservate ai titolari di tessera e le svendite in corso di stagione, sostituendole con promozioni in corso di stagione coordinate collegate a pubblicità e ad inserti nei giornali. Nell’arco di tre anni, saranno spesi 10 miliardi di yen iniziando con il restauro dei piani riservati all’abbigliamento uomo e alimentare, seguito dall’abbigliamento donna nei due anni successivi. In seno a Isetan, il business rimane dipendente dal proprio punto vendita di Shinjuku, ma è chiaro che la società intende sviluppare concorrenti duraturi e forti attraverso il proprio Gruppo ADO. Anziché realizzare ulteriori punti vendita come i propri concorrenti in un paese in cui ne esistono già troppi, sta investendo nella riorganizzazione delle attività di partner apprezzati a Fukuoka, Sapporo e Nagoya, anche attraverso i suoi altri partner ADO, quali Matsuya a Ginza e Hankyu a Osaka.
Per la prima volta Lumine tocca i 100 miliardi di yen Un retailer o un marchio che intende individuare le migliori, o potenziali, location per il proprio prodotto, deve recarsi alle stazioni delle ferrovie nipponiche. Mentre i grandi magazzini e i centri commerciali continuano ad essere al centro dell’attenzione dei mezzi d’informazione, la East Japan Railway Company - spesso trascurata - è in realtà uno dei cinque primi promotori retail in Giappone, con oltre 123 shopping center e 1.300 chioschi. Lumine, la sua catena di shopping building presso le stazioni ferroviarie, registra infatti una solida crescita. Lumine, la catena di shopping building annessi alla stazioni ferroviarie di JR East, ha assistito a vendite record per il primo semestre conclusosi a settembre. Gli 11 Lumine esistenti hanno registrato un fatturato di 107 miliardi di yen (ca. 692,7 mln. di euro), con un +6,6% rispetto al precedente esercizio. Includendo l’ex My City che è stato ridenominato Lumine Est, le vendite hanno totalizzato la cifra di 120,8 miliardi, totalizzando un +7%. I vicini grandi magazzini devono essersi chiesti che cosa avesse Lumine che loro non avevano. A Shinjuku ad esempio, mentre Isetan ha assistito ad un incremento delle vendite del 2,5% nel 2005 grazie agli ingenti investimenti, Odakyu ha segnato un -0,3%, Keio ha segnato un misero +0,4%, e Takashimaya appena lo 0,5%, il Uno dei motivi principali della migliore performance di Lumine è assai semplice: una maggiore attenzione ai trucchi del retailing. Gli esperti del retail, quelli che Lumine ha definito gli “specialisti dei negozi”, hanno lavorato alacremente per riequilibrare il mix di prodotti negli shopping building in modo da adeguarlo al tipo di pendolari che utilizzano le stazioni. Nel frattempo i responsabili dei vari piani lavorano costantemente con i negozi esistenti per migliorare il servizio ai clienti ed il merchandising al fine di adeguarlo al profilo dei pendolari. Il meccanismo di raccolta dati sui consumatori è estremamente semplice per JR, pur essendo un processo che nessuno dei suoi concorrenti è in grado di eguagliare. Si chiama Suica, abbreviazione di Super Urban Intelligent Card, ed è una carta ricaricabile usata principalmente per acquistare i biglietti delle ferrovie JR ma che ha anche funzioni di carta di credito e può essere usata per fare acquisti nei negozi abilitati delle stazioni, ecc. Individuare chi siano questi consumatori è divenuto decisamente più facile per Lumine da quando JR East ha iniziato a raccogliere i dati dei titolari della sua Suica card e attraverso altri sistemi di raccolta di informazioni, quali la Lumine Card. L’uso di Suica in Giappone è pressoché garantito – anche società come Mitsubishi Electric emettono tesserini di identificazione aziendali con funzioni Suica incluse. Tutte le strutture retail di JR East possono usufruire di questi dati. Il gruppo retail di JR include, oltre a Lumine, anche gli shopping building Atré, le “shopping street” Dila, i mall Ecute a Shinagawa e Omiya, e 1.300 piccoli punti vendita costituiti dai convenience stores Newdays e dai chioschi Let’s Kiosk. Questi saranno fra i più accurati e vasti database di dati di clienti in Giappone, se non nel mondo. È proprio questo database, oltre all’enorme afflusso che passa dalle sue stazioni principali, che spiega perché JR East sia sempre più corteggiato dai principali retailer, sia locali che internazionali, nonché da marchi desiderosi di sfondare nel mercato nipponico. Utilizzando questi dati, vengono operati continui adeguamenti del misto retail specifico di ciascuna struttura. Ad Omiya, ad esempio, le vendite sono salite del 4% a 19,3 miliardi di yen (ca. 125 mln. di euro), grazie all’introduzione di nuovi marchi che si rivolgono alle pendolari più giovani. Beams Boy e Samantha Vega, ad esempio, hanno entrambi superato le aspettative. A Kita-Senju si è assistito a un incremento del 6% del fatturato - che ha toccato 12,4 miliardi di yen - grazie ad una maggiore attenzione verso i negozi dedicati alla gastronomia e agli alimentari, oltre a fortunati nuovi retailer come Earth, Music & Ecology di Cross Company (vedere Focus). Conoscere il proprio cliente è solo parte della storia, trovare il prodotto che vogliono è l’altra. Per migliorare la selezione dei locatari, nel 2005 JR East ha installato un nuovo gruppo di retail manager il cui unico lavoro è quello di monitorare e trattare con i retailer. Il risultato è una conoscenza molto più elevata rispetto a prima dei retailer emergenti e di successo, che consente a Lumine di inserire nuovi locatari per incrementare l’afflusso di visitatori. A Shinjuku, le vendite a perimetro costante di Lumine hanno superato i 20 miliardi di yen – per la prima volta nel primo semestre dell’anno 2006 - toccando 21,2 miliardi, con un impressionante incremento del 9,9%. Il principale ingrediente della migliore performance è stato il passaggio a locatari più alla moda e dai prezzi più alti, idonei per la nuova generazione di frequentatori di Shinjuku che rientrano verso casa, nei floridi sobborghi, utilizzando le linee Odakyu e Sobu. Buona parte del miglioramento della performance è dovuta ai locatari di select shop che propongono il giusto mix di nuovi e accattivanti marchi esteri e capi basic con il marchio del rivenditore a prezzi accessibili. Quest’autunno Shinjuku ha accettato altri nuovi locatari come Little Black di Ships, Carlife ed il fortunato marchio Liptional di Umikawa Shoji. Più o meno la stessa idea è stata applicata al negozio Lumine di Tachikawa che, grazie ai nuovi punti vendita di Beams e United Arrows, ha segnato un +7,3%, con le carte in regola per crescere ancora di più con non meno di 17 nuovi negozi quest’autunno, compresi gli apprezzati Urban Research e Peach John. Anche Lumine Yokohama ha inserito dei select shop di Nano Universe, oltre che di Beams e United Arrows, con il risultato di registrare di lì a poco un incremento del 6,7%. A seguito dell’inserimento di questi nuovi locatari, di ulteriori sforzi con i locatari esistenti per migliorare il servizio ai clienti, e di un ulteriore marketing della Lumine Card, JR East dichiara di prevedere per Lumine un fatturato dell’intero anno pari ad almeno 230 miliardi di yen (ca. 1,48 mld. di euro).
Itochu è stata in passato una trading company. Oggi almeno una parte di questo gruppo è distributore e retailer di beni di consumo e controlla, tuttavia senza ruoli attivi, un elevato numero di marchi che spaziano da Paul Smith a Le Sportsac. Adesso ha aggiunto al suo portafoglio una ennesima società di abbigliamento. Itochu Shoji ha acquisito lo scorso mese una quota del 35% di Java Group, società di abbigliamento con sede a Kobe. L’acquisizione offre a Itochu un aggancio a una delle società di abbigliamento di maggiore successo nell’area di Kobe. Java Group ha registrato vendite per 60,2 miliardi di yen (ca. 390 mln. di euro) nell’anno conclusosi nel febbraio 2006, e dà lavoro a circa 2.500 persone. Si tratta di un vasto gruppo di abbigliamento che produce marchi attraverso sei principali controllate quali Lautreamont, Vicky, Ketty, Bebe, Lipstar e BB Jr. Il gruppo, peraltro, non va affatto male. Nonostante la società non divulghi gli utili conseguiti, per l‘esercizio 2004, si sa che ha pagato circa 1,9 miliardi di yen (ca. 12,3 mln. di euro) di imposte, e che è proprietaria di vari immobili a Motomachi, Kobe, dove ha il suo imponente quartiere generale. Sorge naturale quindi la domanda: per quale motivo ha venduto una Java Group non ha nessuno dei problemi che attanagliavano Raika o Coronet. Ha tuttavia un problema di successione. Con il fondatore e presidente prossimo alla pensione e la sua figlia unica che non mostra interesse, il Java Group ha bisogno di trovare modo di sopravvivere in futuro da un lato e sbloccare valore a favore della famiglia fondatrice dall’altro. L’approccio più popolare in anni recenti è stato quello di quotarsi in borsa, ma pare che Java abbia preferito la seconda soluzione in ordine di popolarità: allearsi con una trading company. È così che in agosto Java ha riunito tutte le proprie controllate, compresa la società che gestisce il quartiere generale, in un nuovo raggruppamento sotto una società capogruppo denominata Java Holdings, e quindi ha prontamente venduto il 35% delle quote della controllante a Itochu per un corrispettivo dichiarato di 10 miliardi di yen. Per quanto riguarda Java Group, Itochu sarà custode della sua indipendenza e sicurezza fintantoché la prossima generazione non assumerà le redini. Per Itochu, questa iniziativa è simile al suo acquisto di una quota di Spic International, la società a rapida crescita che sta dietro il fortunato marchio di abbigliamento uomo Tornado Mart. Entrambe le società sono importanti clienti dei servizi OEM (produzione conto terzi) di Itochu. Poiché i servizi quali l’approvvigionamento di filati, la produzione di tessuti, l’organizzazione della produzione di abbigliamento e la spedizione a negozi in Giappone per conto di clienti sia grossisti che dettaglianti costituiscono ancora una parte fondamentale delle attività di Itochu, quest’ultimo si preoccupa di far sì che i suoi clienti non vadano altrove. Al fine di assicurarsi ordini futuri da parte di Java Group, Itochu deve fare in modo che esso non sia venduto ad un concorrente, o uno dei grandi gruppi SPA (Specialty store retailer of Private label Apparel) come World, che sarebbe più che lieto di farsi direttamente carico della produzione. Proprio come è avvenuto per i suoi recenti investimenti all’estero, dove Itochu ha dovuto rilevare ampie quote di marchi di cui detiene importanti licenze per il Giappone, come Paul Smith, la cui acquisizione da aziende del calibro di LVMH probabilmente avrebbe significato la fine della lucrativa licenza nipponica. Ironia della sorte, per tutelare le proprie remunerative lavorazioni conto terzi, Itochu deve acquisire sempre più marchi e retailer e allontanarsi dal proprio tradizionale ruolo usualmente dietro le quinte. Se da un lato questa può apparire come una iniziativa che Itochu intraprende con riluttanza, la realtà è che come per altre trading company, Itochu mette da anni in atto iniziative volte a focalizzare la propria attività sulle operazioni dirette con i consumatori sia sul fronte dell’abbigliamento che su quello di altri beni di consumo, in particolare, l’alimentare. Acquisire una quota del Java Group è una situazione di doppio vantaggio per Itochu, in quanto essa può mantenere la propria attività OEM, ottenere una parte dell’utile, e aggiungere un’altra serie di marchi con cui arricchire la propria fiorente attività di marchi moda e retail. E ancora una volta, Itochu è in grado di fare tutto questo senza investire capitale per rilevare totalmente il business, e solo con poco personale inviato dal quartiere generale per fornire consulenza e tenere d’occhio la situazione.
Gli importatori in euro soffrono Quella di distributore locale dei marchi moda europei è stata in passato una buona attività a condizione di avere occhio per il buon design che incontrasse il gradimento dei nipponici. Nell’ultimo decennio tuttavia, i margini in Giappone sono stati ristretti dalla locale concorrenza e dalle società europee che hanno costituito delle proprie affiliate in loco. Come se non bastasse, ora gli importatori devono combattere con un tasso di cambio euro-yen al suo massimo storico. Nei mesi recenti, il tasso di cambio euro-yen è oscillato attorno ai 150 yen per un euro, un massimo storico e una sorta di shock per gli importatori che ritenevano destinati a protrarsi i primi valori dell’euro a 90 yen. Mentre i grandi esportatori godono per il conseguente recente boom delle esportazioni in Europa, gli importatori di abbigliamento meno influenti si trovano in difficoltà. Di conseguenza ora devono riconsiderare il loro confortevole ma logoro modello di business. Nei tempi passati, importare moda dall’Europa consentiva di vivere con ragionevoli profitti a numerose società nipponiche, piccole e grandi, con l’ulteriore vantaggio di viaggi in città come Parigi, Milano e Londra varie volte l’anno, la totalità dei quali poteva essere dedotta dalle tasse. Gli importatori potevano acquistare a prezzi FOB standard, effettuare i controlli qualitativi dovuti e quindi applicare un ricarico del 400% prima di spedire gli articoli al dettagliante. A fronte di un margine del genere, l’importatore era solito accettare resi dai dettaglianti per tutta la merce invenduta, un aspetto in genere più che compensato dall’utile realizzato all’ingrosso. Nell’ultimo decennio, tuttavia, ora che un numero sempre maggio Ora, i nuovi livelli record dell’euro non fanno altro che aumentare questa pressione del mercato. Numerosi importatori si sono tutelati contro l’aumento dei tassi di cambio con contratti a termine con le rispettive banche, ma ciò non li protegge da tassi elevati protratti nel tempo. Per combattere tale variazione a lungo termine dei valori dell’euro, agli importatori non è restata altra alternativa che trovare il modo di incrementare i margini. E una delle strade più ovvie è stata quella di eliminare i retailer terzi e creare propri punti vendita al dettaglio, sia sotto forma di grandi magazzini che di negozi indipendenti. Questa strategia è stata consolidata dalle società europee che hanno costituito delle proprie affiliate e intensificato la concorrenza sviluppando proprie attività al dettaglio con alta visibilità e remunerative. Si stima di conseguenza che gli importatori più grandi traggano ora fino al 50% delle vendite dai propri negozi e che la maggior parte di essi, quali Sanki Shoji, Aoi e Misaki Shoji, stiano investendo ulteriormente nello sviluppo di negozi e di un solido retail team interno. Sanki Shoji ad esempio non ha sprecato tempo ad aprire punti vendita per uno dei suoi marchi arruolati più di recente, Mulberry. Prima ancora di pensare alle attività all’ingrosso, ha aperto shop-in-shop all’interno di Isetan e negozi in centri glamour dello shopping come Roppongi Hills. Misaki Shoji ha fatto altrettanto per Dsquared2 inaugurando un negozio indipendente dal nome Attic nel quartiere di Aoyama, vicino all’Epicentro di Prada. Anche se il valore dell’euro dovesse scendere, le pressioni strutturali e di mercato sugli importatori faranno sì che il retail resterà una componente importante delle loro attività, e che non potranno più contare su terzi affinché si assumano il rischio dei capitali investiti nei negozi. Anche importatori più piccoli come Lentini stanno aprendo negozi per conto dei marchi, e stanno ristrutturando le rispettive attività per attirare più capitali o dalle banche o tramite alleanze con le trading company. A testimonianza di questo passaggio alle attività di distribuzione diretta al dettaglio, Sazaby ha costituito una nuova joint venture con Isetan nel 2005 per attrarre nuovi marchi francesi come Zadig & Voltaire – ma distribuirà i prodotti solo attraverso negozi direttamente gestiti. Per i marchi europei ciò si traduce al tempo stesso in una buona ed in una cattiva notizia. La buona notizia è per i marchi in possesso di un contratto con un importatore giapponese e che sono in grado di registrare un buon fatturato. Per loro è probabile che l’importatore investa in negozi, migliorando ulteriormente la loro presenza in Giappone. La cattiva notizia è che, visto che ora il costo della promozione di un marchio è così alto e che esiste un numero inferiore di negozi indipendenti disposti a vendere piccoli lotti di una serie di marchi, sono molto diminuite di società disposte ad arruolare nuovi marchi per vedere se i consumatori li gradiscono. In passato, i grossisti erano felici di ripartire i budget di acquisto fra un ampio ventaglio di marchi, dato che il loro unico costo di marketing erano le PR interne per tentare convincere le riviste di moda a redigere qualche editoriale sui loro marchi. La pubblicità era raramente necessaria. Quindi con il rischio limitato al costo delle merci rese, un costo più che recuperato dai margini sull’intera attività, i grossisti erano ben lieti di provare nuovi marchi, e più marchi acquistavano, più ripartivano il rischio di inventario. Data tuttavia l’intensità delle comunicazioni di marketing da parte dei marchi e i cambiamenti intervenuti nella distribuzione, questo approccio è più difficile da giustificare, per cui i grossisti sono molto meno avventurosi. In altre parole, una volta entrati, il successo è più remunerativo di prima, ma entrare è diventato molto più difficile.
Felissimo sposterà tutta la propria attività sul web Felissimo è una delle società di vendita per corrispondenza meno note, ed è tradizionalmente riservata in merito alle proprie finanze e attività. Con la quotazione alla Borsa di Tokyo in febbraio, questa società ha cominciato ad aprirsi verso l’esterno. Quotazione a parte, Felissimo rimane una delle società di vendita per corrispondenza più solide, con alti livelli di prodotti importati, che sta investendo ingentemente nella sua trasformazione in una società leader per lo shopping attraverso il web, sfruttando il proprio vantaggio principale: la fedeltà dei clienti. Società di vendita per corrispondenza fra le prime 10, Felissimo ha pubblicato un nuovo piano triennale, che prevede un trasferimento di tutte le attività di vendita per corrispondenza sul web entro il 2010. Felissimo prevede anche un incremento del fatturato a 62 miliardi di yen (ca. 400 mln. di euro) entro lo stesso anno, un progresso rispetto ai 52 miliardi del 2005, con un utile ante imposte pari a 4,2 miliardi. Per completare il piano, la società con sede a Kobe investirà 2 miliardi di yen in nuovi sistemi IT, che saranno utilizzati anche per migliorare la gestione del magazzino. Felissimo è una delle poche società di vendita per corrispondenza a registrare una costante crescita del fatturato, in parte aiutata da una più forte enfasi sulla moda di quanto non facciano concorrenti come Senshukai. Dispone di cataloghi apprezzati come Haco e Toricobit, che propongono capi moda convenzionali, ma che tendono a soddisfare anche le richieste del filone hobby. In particolare, considerato il recente interesse per i capi e gli accessori in maglia fatti in casa, Felissimo distribuisce due cataloghi specializzati quali Kraso e Couturier. La società è attenta a sviluppare un forte legame con i clienti tramite editoriali, servizi ad hoc ed anche attività a sfondo sociale, sponsorizzando, ad esempio, programmi di disinquinamento e altre attività in favore dell’ambiente. Felissimo ha assistito a miglioramenti delle vendite di capi di abbigliamento grazie alla fedeltà dei clienti, con un +1,2% nel primo trimestre dell’esercizio 2006. Il fatturato dell’abbigliamento donna fa la parte del leone con il 47% circa delle vendite, seguito dall’abbigliamento bimbo con l’11%, e dall’abbigliamento uomo che rappresenta appena il 3% del fatturato. Nel complesso, il fatturato del primo semestre è salito dell’1% a 26 miliardi di yen (ca. 168 mln. di euro), ma gli utili ante imposte sono cresciuti del 32% a 1,59 miliardi. Il mese scorso, Felissimo ha lanciato un nuovo sistema di ordinazioni da cellulari, come fase successiva al passaggio dai cataloghi cartacei e dai sistemi di ordinazione via telefono/fax, un processo avviato nel 2004. Il nuovo sistema IT sarà installato entro febbraio 2008 e garantirà la necessaria fluidità nelle operazioni di ordinazione, tracking e trattamento degli ordini. Attualmente il 37% degli ordini di Felissimo giunge dal sito web rispetto al 33% dell’anno precedente. Questa società spera di alzare la percentuale al 40%, ma il progresso – lento per il momento – si velocizzerà con il nuovo sistema IT nel 2008, vista soprattutto la particolare attenzione riservata all’uso dei cellulari per l’ordinazione dei prodotti.
Nuovi servizi per analizzare i post dei blog In Giappone l’utilizzo dei blog si è diffuso con lentezza, in larga parte a causa dei timori sulla privacy e anche al fine di evitare critiche indesiderate. Tuttavia nel Sol Levante esistono già più di 8,5 milioni di blogger, abbastanza perché alcune innovative società di ricerche di mercato inizino a ritenerle una potente risorsa. Se si vuole fare una ricerca per sapere che cosa pensano i giapponesi di alcuni prodotti, questi servizi possono essere sicuramente utili. Keywalker, un produttore giapponese di software, propone un nuovo sistema che segue e analizza 2 milioni circa di post su Internet, principalmente all’interno di blog. Il sistema ricerca commenti sui prodotti nel tentativo di stabilirne il grado di interesse. A partire dalla prossima primavera, Keywalker intende proporre il servizio a produttori, retailer ed altre società a fronte di una quota mensile di 50.000 yen. Il concetto è assai basico, e si avvale del fatto che sono pochi i servizi internazionali di questo tipo dedicati ai blog in lingua giapponese. Questo mese, C2cube, un altro produttore di software, lancerà un servizio analogo che analizzerà i commenti su prodotti e servizi espressi da 2,2 milioni di blogger. Quindi valuterà i commenti in una scala da 1 a 10, anche se i criteri di valutazione non sono stati rivelati al momento del lancio. Anche il Mitsubishi Research Institute (MRI) ha annunciato l’intenzione di entrare sul mercato attraverso la controllata Marketing Resource Center (MRC). Il servizio prenderà in esame i commenti dei clienti e la reputazione dei prodotti, analizzando le parole che si trovano prima e dopo i nomi dei prodotti menzionati nei blog. Il servizio di MRC costerà almeno 150.000 yen a prodotto. Il Ministero degli Affari Interni e delle Comunicazioni stima che vi siano circa 8,68 milioni di utenti Internet in Giappone che attualmente scrivono blog. Si tratta di un incremento dell’80% rispetto allo scorso anno.
L’otto dicembre è stato inaugurato un nuovo negozio dedicato alla Aston Martin che unisce la moda alle automobili. Con un’iniziativa puntuale - considerato che l’ultimo film di James Bond uscito nello stesso periodo nelle sale cinematografiche giapponesi fa ampio sfoggio di Aston Martin - il nuovo negozio ha uno showroom di vetture al pianterreno e al primo piano, ma per la prima volta include, al secondo piano, anche un negozio di moda e accessori rigorosamente anglosassoni all’interno dell’edificio (chiamato non a caso “Nagoya Aston Building”). Ubicato a Nagoya, dove risiedono alcuni dei più avidi consumatori di marchi del lusso stranieri, il negozio di 230 mq è di proprietà della Matsuda Accessory Service, ma è gestito da GB Place, un select shop specializzato in marchi moda anglosassoni di fascia alta. Nell’ultimo decennio, Matsuda afferma di avere notato, creando accessori per case automobilistiche quali Mazda, Ford e Jaguar, che esiste la necessità di sviluppare una maggiore notorietà del marchio. Il negozio Aston Martin è un’espressione di tale necessità e spera di conquistarsi un pubblico di fedeli seguaci di quel marchio, al di là del numero necessariamente limitato di potenziali acquirenti di una vettura con 25 milioni di yen (ca. 160.000 euro) a disposizione. Il negozio di abbigliamento propone marchi adatti al tipo di consumatore che acquista brand anglosassoni e che è interessato alla cultura dei prodotti di quel Paese, oltre che all’immagine unica, eccezionale e per certi versi “su misura” della Aston Martin (nonostante sia di proprietà della Ford). Il negozio presenta griffe di prodotti di lusso e su misura quali Edward Green (calzature), Bill Amberg (borse), Fox Umbrellas (ombrelli) e Simon Carter (accessori). Il negozio propone anche prodotti Connolly, il marchio che fornisce la pelle per i sedili delle Aston Martin e delle Bentley. La società confida di replicare il progetto in altre grandi città.
Le temperature miti non favoriscono le vendite di capispalla In Giappone, un autunno insolitamente mite ha fatto sì che numerosi rivenditori abbiano difficoltà a vendere le collezioni autunno/inverno di cui sono pieni i negozi, l’esatto opposto dell’inverno scorso. Dopo l’insufficiente approvvigionamento del 2005, molte società hanno ordinato più di allora - Tokyo Style, ad esempio, ha raddoppiato le scorte di piumini - e adesso non sono per niente soddisfatte. C’è però chi ha fatto di meglio. Isetan, come sempre accorto in tali questioni, ha messo in vendita la propria collezione di giacche e soprabiti con un mese di anticipo, alcuni capi addirittura in agosto. Ha ricordato il freddo dello scorso inverno per invogliare i clienti a comprare in anticipo, registrando incrementi delle vendite di giacche invernali da donna del 50% in settembre e ottobre. Altre catene sono state costrette a ridurre i prezzi nel tentativo di smuovere le acque, ad esempio Tobu e Takashimaya che hanno drasticamente ridotto i prezzi in novembre. Le previsioni hanno annunciato un tempo mite fino a gennaio, quindi bisognerà aspettare ancora prima che le scorte inizino ad essere smaltite.
Le vendite a perimetro costante di Uniqlo sono scese del 4,5% in ottobre, la prima contrazione da quattro mesi a questa parte. Come per la maggior parte degli altri retailer dell’abbigliamento, la caduta è stata dovuta almeno parzialmente ad un tempo insolitamente mite e al fatto che la catena tiene soprattutto una gamma invernale nei propri punti vendita. Anche la maggior parte dei principali rivali di Uniqlo ha subito declini se raffrontati su basi comparabili, compresi Shimamura, Honeys e anche United Arrows. Alcuni analisti suggeriscono tuttavia che il regresso sia superiore alle previsioni. I risultati dell’ottobre del 2005 erano stati particolarmente negativi per Uniqlo, con un -15,2% su basi comparabili, mentre il risultato di settembre era sensibilmente superiore, per cui ci si attendeva ampiamente un risultato migliore a prescindere dal tempo atmosferico. Anche le vendite medie per cliente sono calate del 3,4%, il primo declino in nove mesi a questa parte. Gli analisti prevedono un lieve adeguamento della quotazione azionaria di Fast Retailing come risultato.
Xebio aprirà un flagship shop Next Xebio ha reso nota l’intenzione di aprire un flagship shop a Tokyo per la catena britannica Next nel corso del 2007. Next è gestito in franchising dalla catena locale di negozi specializzati in capi sportivi. Il flagship shop rientra nel quadro dei costanti ingenti investimenti della società in catene retail, anche se la maggior parte di essi è dedicata a The Super Sports Xebio e alla sua catena Victoria acquistata nel 2005. Nel corso della seconda metà dell’esercizio 2006, Xebio ha aperto sette punti vendita Xebio Super Sports oltre a due negozi Victoria: a novembre ha inaugurato un negozio Victoria Golf nel quartiere di Jiyugaoka riservando una particolare attenzione alle golfiste. Xebio l’anno scorso ha anche creato una store card che si augura fidelizzi i clienti e favorisca gli acquisti ripetuti.
La catena di GGMM Isetan ha annunciato un record di vendite e profitti del gruppo per la prima metà dell’esercizio 2006 (aprile – settembre). Il profitto netto ha registrato un salto del 20.3%, salendo a 9.2 miliardi di yen. 859 milioni di yen provengono dalla cessione di Barneys Japan a Sumitomo ed Isetan annuncia anche un miglioramento nelle finanze della sua affiliata, Iwataya, rilevata nel 2005 e sin da allora in ristrutturazione. L’utile operativo è, tuttavia, corrisposto solo allo 0.2%, con 13.38 miliardi di yen, a seguito della più elevata spesa promozionale che ha inciso sugli utili. Le vendite del gruppo sono aumentate del 4.1%, attestandosi a 368.9 miliardi di yen. Per l’anno finanziario che si concluderà a fine marzo, Isetan prevede un profitto netto di 19.5 miliardi di yen – superiore ai 19 miliardi di yen previsti precedentemente, e la società prevede vendite per 771 miliardi di yen (ca. 5 mld. di euro) (rispetto ai 767 miliardi della proiezione precedente).
DHL propone una gestione fluida della catena dell’abbigliamento Se si è alla ricerca di aiuto per la gestione della catena di fornitura, DHL potrebbe essere la risposta. La società recentemente ha presentato un nuovo sistema di gestione fornitura end-to-end alle società di abbigliamento. DHL afferma che al momento sta offrendo questo nuovo servizio a 20 società. In particolare il servizio offre alle aziende un modo fluido di gestire la logistica fra i produttori cinesi e i negozi giapponesi, grazie alla forte presenza di DHL sul mercato cinese. In Giappone, DHL dichiara di vantare ora una rete completa ad eccezione dell’area settentrionale del Tohoku e di una piccola parte dell’isola del Kyushu.
I marchi giapponesi si fanno strada a New York Oltre al lancio in grande stile del 10 novembre di Uniqlo a New York, la capitale della moda statunitense sta assistendo anche al lancio di altri flagship shop di marchi giapponesi che serviranno da basi per future espansioni in quel Paese. Samantha Thavasa, il marchio giapponese di accessori che al momento riscuote grande successo in patria, ha lanciato a novembre il suo primo negozio negli USA a Manhattan, sulla Madison Avenue. La società afferma, adesso, di stare cercando nuove ubicazioni per negozi a Los Angeles e Las Vegas. Samantha Thavasa è noto per usare testimonial di successo, tra le quali Penelope Cruz e la sorella Monica, le sorelle Paris e Nicky Hilton, Beyoncé e Maria Sharapova.
Uniqlo ha iniziato una collaborazione con Daiwa House, società nota nel campo della costruzione di villette unifamiliari, per il lancio di una campagna di aperture di negozi su larga scala. Le due società svilupperanno in comune circa 100 negozi, ciascuno con una superficie di almeno 1.650 mq, un programma il cui completamento è previsto nel 2009. Attualmente, Uniqlo conta solo sette negozi di queste dimensioni.
Damiani ha in programma una grande espansione in Giappone In settembre Damiani ha sponsorizzato il tour nipponico del Teatro dell’Opera di Roma, una tournée operistica da tutto esaurito, nel cui quadro il soprano Daniela Dessi indossava una collana Damiani della collezione Damiani Sophia Loren, con 1.352 diamanti per un totale di 81 carati. Anche i clienti della lussuosa area di Ginza non sono proprio idonei a questo livello di spesa, ma la sponsorizzazione rientra in un più ampio piano di potenziamento della presenza di Damiani in questo paese. Damiani, nota società italiana di gioielleria di lusso, ha aperto due nuovi negozi in Giappone, preannunciando una nuova ondata di espansione che vedrà almeno 10 negozi a gestione diretta in Giappone entro due anni. La società ha inoltre in animo il lancio di vari altri marchi della casa, in particolare Salv Damiani vanta già un alto profilo in questo paese grazie alla forte associazione con celebrità internazionali popolari anche nel Sol Levante, in particolare Brad Pitt, che ha lavorato con Damiani alla creazione di anelli per il proprio fidanzamento con Jennifer Aniston, e altri del calibro di Sophia Loren e Gwyneth Paltrow. Uno dei principali punti della strategia di Damiani in Giappone e nel mondo consiste nell’incrementare la percentuale di fatturato dei negozi a gestione diretta. Attualmente il 70% del fatturato mondiale deriva dalle attività all’ingrosso, ma Damiani spera di invertire il dato, puntando ad un 60%-70% del fatturato con le attività al dettaglio. Il sesto negozio di questo marchio è stato inaugurato a Fukuoka il 24 ottobre e vede un negozio “stand alone” con una superficie di 115 mq. La società italiana sta anche prendendo in considerazione un trasferimento e una espansione del proprio flagship shop a Ginza, per fare spazio all’ampliamento delle proprie collezioni sperando in un negozio da 300 mq. La società punterà anche ad aprire negozi per i marchi più alla moda e giovani Bliss e Salvani. Per questi marchi, tuttavia, Damiani potrebbe pensare ad una collaborazione con distributori per il Giappone e altri mercati. Damiani sta aprendo negozi anche in altri mercati asiatici con programmi di aperture a Honolulu, Macao e a Hong Kong nel 2007.
Il 21 e 22 novembre è stata organizzata a Tokyo, nel quartiere di Aoyama, una presentazione di “coppole” siciliane rivolta alla stampa e ai buyers. A rivisitare il tipico copricapo siciliano in chiave moderna è la Sangiuseppe S.p.A., azienda produttrice del marchio “La Coppola “Storta”. Alla presentazione è intervenuta la stilista dei cappelli, Tindara Agnello, figlia del proprietario dell’azienda Guido. Grazie alla sua creatività, la coppola non è più il copricapo tipico dei mafiosi ma è diventato un accessorio di tendenza. La gamma di materiali utilizzata è vastissima così come la selezione dei colori, delle fantasie, dei ricami. Il modello di coppola per cani, da abbinare a quella del padrone, potrebbe riscuotere grande successo in Giappone vista la passione dilagante dei giapponesi per questi animali. Il marchio, che conta già punti vendita a Palermo, Taormina, Roma e New York, per il momento non prevede l’apertura di un monomarca in Giappone e metterà in vendita i suoi prodotti nei migliori select shop. Il prezzo medio di vendita in Giappone parte da 18.000 yen (ca. 115 euro), ma può arrivare a 40.000 yen (ca. 260 euro) nel caso in cui si tratti di tessuti o lavorazioni particolari. In Giappone il prodotto è importato da Sanyo Suisan, una società con sede vicino a Kobe. Lo stabilimento di produzione de “La Coppola Storta” si trova a S. Giuseppe Jato, nei pressi di Palermo. Lì, ad opera di sarte artigiane, avvengono tutte le fasi della lavorazione: dalla selezione delle stoffe, al taglio, alla sagomatura su formelle di legno, alla cucitura e alla confezione finale. Tra le iniziative volte alla rinascita della coppola, va menzionata anche la mostra itinerante intitolata “Tanto di Coppola”, organizzata nel 2000 dalla Fondazione Palazzo Intelligente, creata da Guido Agnello, in collaborazione con il Comune di Palermo. In occasione dell’iniziativa stilisti quali Gianfranco Ferré, Krizia, Missoni e Romeo Gigli, avevano creato coppole originali. Nel caso de “La Coppola Storta”, il cappello non è solo un prodotto commerciale di moda, ma anche un prodotto etico: negli ultimi anni, infatti, si è creata intorno ad esso un’operazione culturale che ha avuto anche il patrocinio delle Nazioni Unite ed il supporto della Regione Sicilia. |
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Istituto nazionale per il Commercio Estero |
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