
Il mese scorso, Polo Ralph Lauren ha annunciato che acquisirà
una quota pari al 50% delle operazioni condotte con licenza generale.
Avendo visto i notevoli vantaggi che ottengono altri marchi moda globali,
che hanno assunto il controllo delle attività in Giappone, Polo
Ralph Lauren, 25 anni dopo avere firmato un accordo di licenza con Seibu,
ha finalmente deciso di fare altrettanto.
In base al nuovo accordo, Polo Ralph Lauren acquisirà il 50%
della società operante con licenza generale. Il resto della licenza
generale sarà diviso fra Onward Kashiyama e Seibu Department
Stores, che manterranno, rispettivamente, il 45% e il 5%. L’investimento
totale sarà di circa 70 milioni di $ e una nuova società,
Polo Ralph Lauren Japan, sarà costituita il 28 febbraio 2003.
Onward acquisirà il 50% delle quote nella nuova società,
a un prezzo di 4,5 miliardi di yen, e venderà il 5% delle quote
a Seibu per 450 milioni di yen. Gli amministratori saranno sei, tre
americani e tre giapponesi.
La licenza generale era, in origine, interamente controllata da Seibu
Department Stores, in base a un contratto sottoscritto nel 1978. Da
allora, tuttavia, Onward Kashiyama ha dominato la gestione del marchio
e, ora, Seibu sta per ridurre in maniera significativa la sua lunga
relazione con Polo.
Assumere il controllo in Giappone
Acquisire i diritti su parte delle operazioni condotte con licenza generale
è solo un aspetto della questione. Negli ultimi due decenni,
la maggior parte delle operazioni di Polo Ralph Lauren in Giappone sono
state gestite da tre affiliate di Onward Kashiyama, Impact 21, Acty
21 e Partner 21. Seibu, in qualità di licenziatario generale,
aveva concesso in sub-licenza a queste società i diritti principali
di produzione, distribuzione e vendita al dettaglio dei capi di abbigliamento.
Impact 21 era licenziatario dell’abbigliamento donna. Acty 21
gestiva l’abbigliamento uomo e Partner 21 era licenziatario per
il jeans. L’attività è stata remunerativa per Onward
che è arrivata a quotare due delle affiliate, Impact 21 e Acty
21, alla Borsa Valori di Tokyo.
Senza una quota in queste società, l’acquisizione della
sola licenza generale significherebbe ben poco. Come parte dell’accordo,
Polo ha preso l’importante decisione di acquisire una partecipazione
del 18% in Impact 21. Nel contempo, Onward Kashiyama accorperà
Partner 21 e Acty 21 in Impact 21, creando un’unica società
licenziante consolidata e responsabile. Onward controllerà il
41% della nuova società mentre il resto delle quote sarà
negoziato pubblicamente. Impact 21 continuerà a gestire le sub-licenze
per i settori uomo e donna Polo Ralph Lauren e Polo Jeans, nel quadro
della licenza generale.
Il Giappone offre maggiori opportunità
In una dichiarazione alla stampa, il Presidente e Direttore Generale
di Ralph Lauren ha sottolineato i benefici del mercato giapponese: “Vista
la crescente domanda per i nostri prodotti lifestyle, in Giappone, riteniamo
che una presenza rafforzata costituisca per Polo un’ottima opportunità
di incrementare il business internazionale e incidere in modo diretto
sulla crescita dei suoi marchi.”
La società è stata, forse, incoraggiata in tal senso dall’acquisizione
della licenza europea due anni fa, a seguito di ciò, infatti,
il fatturato in Europa è enormemente cresciuto.
Stando a quanto riferito, Polo Japan, attualmente, ha un volume di vendite
all’ingrosso di circa 55 miliardi di yen, ma ritiene che le vendite
potrebbero più che raddoppiare con una migliore gestione del
marchio e strategie di marketing più creative. Nell’esercizio
conclusosi nel febbraio 2002, le attività sotto licenza hanno
registrato un fatturato all’ingrosso di poco inferiore ai 30 miliardi
di yen. Impact 21 ha registrato un fatturato di 15 miliardi di yen e
utili al lordo delle imposte pari a 3,1 miliardi di yen. Acty 21 ha
realizzato un fatturato di 11,9 miliardi di yen e utili al lordo delle
imposte per 1,7 miliardi di yen, mentre Partner 21 ha venduto per 2,3
miliardi di yen con utili al lordo delle imposte di 230 milioni di yen.
Onward prevede, per la nuova società accorpata, un fatturato
di 32,6 miliardi di yen nell’esercizio fiscale 2003, con utili
al lordo delle imposte pari a 5,5 miliardi di yen.
Il momento, pur essendo un po' tardivo, è ancora buono. Numerosi
negozi Ralph Lauren necessitano con urgenza di un rinnovamento e alcuni
si trovano in ubicazioni che lasciano alquanto a desiderare. Si spera
che con il controllo diretto da parte di Polo Ralph Lauren, sia adottata
una nuova politica di distribuzione che abbia a cuore le esigenze del
marchio anziché gli interessi di terzi. Ciò dovrebbe significare
un maggior numero di negozi indipendenti e strategie retail simili ad
altri grossi marchi internazionali. Ginza/Marunouchi e Aoyama sono in
cima alla lista, seguiti da Shinsaibashi a Osaka e dall’area di
Ohtsu Dori a Nagoya. Polo ha, inoltre, annunciato un progetto di ristrutturazione
di centocinquanta shop-in-shop, avviato da Seibu e Onward, a un costo
di 70 milioni di dollari. Stando a quanto riferito dalla società,
i negozi che hanno tratto vantaggio dalla rimessa a nuovo, a lungo attesa,
hanno registrato aumenti del fatturato superiori al 10%.
L’unica domanda è perché Polo non abbia rilevato
una maggior quota della società. Politicamente, una mossa del
genere avrebbe causato subbuglio nei circoli imprenditoriali giapponesi,
come già successo in passato in occasione di accordi quali l’annullamento
delle licenze di Yves Saint Laurent. L’acquisizione di una quota
di controllo della licenza generale e di una percentuale dell’attività
delle sub-licenze dovrebbe consentire a Polo di assumere immediatamente
almeno il controllo del brand marketing e della strategia di distribuzione.
Si tratta di un aspetto di vitale importanza. Successivamente, quando
l’azienda si espanderà sotto la gestione diretta di Polo,
la società potrebbe iniziare a rilevare un maggior numero di
quote di Impact 21, direttamente sul mercato. Come Giorgio Armani e
altri, potrebbe anche trattare con il suo partner la graduale acquisizione
della restante quota della licenza generale.
Nel frattempo, l’accordo darà slancio al business globale
di Polo. Credit Suisse First Boston stima che l’accordo aggiungerà
un 3-4% al reddito, per azione, nell’esercizio finanziario 2004.
SOPRA
Un duro primo semestre per i grandi
magazzini
Amara
sorpresa nel primo semestre dell’anno per i maggiori grandi magazzini,
che hanno assistito a una riduzione delle vendite e al precipitare degli
utili. È, inoltre, improbabile un’inversione di tendenza
nei prossimi sei mesi.
Mitsukoshi,
Takashimaya, Daimaru e Matsuzakaya hanno registrato un declino delle
vendite su base annua per i primi sei mesi, fino ad agosto 2002. La
notizia dei cattivi risultati di queste quattro catene leader giunge
nonostante le ristrutturazioni e i restauri operati in numerosi negozi
e le buone prospettive per l’anno corrente.
Takashimaya ha assistito a un calo complessivo delle vendite pari all’1,8%,
ma gli utili al lordo delle imposte hanno segnato un clamoroso -53,8%,
rispetto allo stesso periodo del 2001. Il fatturato del punto vendita
di Osaka, recentemente rinnovato, ha registrato una contrazione del
2%, che, stando alle fonti della stampa, ha sorpreso i funzionari. Alcuni
portavoce hanno dichiarato che il restauro non aveva centrato l’obiettivo
di aumentare l’afflusso e che i clienti rimanevano alla larga.
Il punto vendita Mitsukoshi a Ginza ha inaugurato nuove aree dedicate
agli alimentari e all’abbigliamento femminile in aprile, ma nonostante
alcuni cambiamenti contabili a seguito dei quali le vendite del negozio
erano state registrate come parte dei risultati del negozio principale
di Nihonbashi, i dati complessivi delle vendite sono risultati in calo.
Il punto di Ginza ha registrato vendite per soli 31,5 miliardi di yen
nei primi sei mesi, quasi 900 milioni di yen in meno rispetto alle previsioni.
Nel complesso, Mitsukoshi ha assistito a una contrazione del fatturato
del 36%, con un calo degli utili al lordo delle imposte pari al 33,6%.
Alcuni portavoce di Mitsukoshi hanno dichiarato che i marchi del lusso
sono rimasti sotto pressione, la pelletteria e le calzature sono rimasti
forti, mentre la gioielleria e gli accessori hanno segnato regressi.
Daimaru ha conseguito risultati relativamente migliori, ma con una diminuzione
delle vendite pari al 2,6%. È stata tuttavia l’unica catena
a migliorare gli utili, facendo meglio delle altre tre, registrando
utili al lordo delle imposte pari a 6,74 miliardi di yen, con un +20,2%
rispetto al 2001.
Matsuzakaya ha incassato il calo delle vendite più significativo,
4,8% in meno rispetto allo scorso anno, e come per le catene più
grosse, gli utili al lordo delle imposte hanno registrato riduzioni
a due cifre, pari al 16,6%, scendendo a 1,27 miliardi di yen.
L’altra catena importante, Isetan, non ha ancora registrato i
risultati intermedi.
Non appaiono rosee nemmeno le prospettive per i prossimi mesi. L’economia
giapponese rimane debole e la politica governativa è percepita
dai consumatori come un graduale spostamento verso misure più
estreme, la maggior parte delle quali avrebbero dovuto essere adottate
già da tempo, ma che comunque incutono timore ai già preoccupati
consumatori.
Takashimaya ha in programma di ridurre del 20% la distribuzione del
catalogo di vendita per corrispondenza nel secondo semestre, scendendo
a 4,4 milioni di copie, per compensare l’aumento dei costi. Ridurrà
anche i pagamenti alla propria affiliata che gestisce la vendita per
corrispondenza, per ridurre i livelli di costi nei registri.
Mitsukoshi prevede di ridurre i costi di leasing per magazzini e uffici,
e delle forniture di ufficio. Mitsukoshi acquista già prodotti
d’ufficio congiuntamente con Takashimaya e prevede di incrementare
la formula nel secondo semestre. Anche Daimaru adotterà provvedimenti
volti a tenere i costi sotto controllo. Nell’intento di ridurre
i costi, continuerà ad aumentare il numero di commessi part-time
nei negozi.
Takashimaya ha annunciato la decisione più estrema ai funzionari
della città di Sagamihara, Prefettura di Kanagawa, ovvero che
sta accantonando il progetto di realizzare un nuovo negozio. Il progetto
era a buon punto, ma Takashimaya ha dichiarato che non può più
permettersi di procedere. Il Presidente Ichiro Masukura ha altresì
annunciato che la società prenderà in considerazione la
chiusura dei negozi Takashimaya non remunerativi nel 2003. SOPRA
Marui esce da Tokyo
Marui
è uno dei principali operatori al dettaglio di moda a Tokyo.
A metà strada fra un grande magazzino e un chain store (negozio
facente parte di una catena), Marui occupa da tempo una posizione di
primo piano nella vendita al dettaglio di moda giovane, nella capitale,
ma è pressoché sconosciuto altrove. Ora, sta per trasferirsi
nelle regioni.
Marui
è uno dei maggiori operatori giapponesi al dettaglio e, dopo
Ito-Yokado, uno dei più rimunerativi. Si tratta tuttavia di una
società difficile da catalogare. In apparenza, gestisce grandi
magazzini, anche se usa poche delle tradizionali tecniche di acquisto
e management tipiche di queste formule. I suoi trentuno punti vendita
operano nel quadro di un sistema di gestione dei negozi a catena di
tipo centralizzato. Marui ha anche numerosi “store brand”
e insegne “brand” all’interno dei propri negozi, ma
la maggior parte dello spazio in un Marui tipico è occupata da
affittuari che propongono accessori moda e articoli lifestyle.
Marui ha iniziato la sua attività come finanziaria per vendite
rateali rivolta ai giovani consumatori. La famosa “purchase card”
rossa continua a rappresentare una parte importante dell’attività,
ma Marui nel complesso è principalmente una società di
distribuzione al dettaglio. L’altra caratteristica chiave della
catena è che è ubicata quasi interamente nella regione
di Tokyo.
Una situazione destinata tuttavia a mutare presto. Marui ha già
individuato un sito a Sannomiya, un quartiere centrale di Kobe, per
aprire il suo primo negozio nell’area del Kansai. Ha inoltre in
cantiere l’apertura di negozi a Nagoya e Sendai. Così inizierà
l’espansione a livello nazionale che, secondo molti, sarebbe dovuta
partire già da tempo. Il Presidente della società, Tadao
Aoi, ha dichiarato che i nuovi negozi non rappresenteranno una minaccia
per i grandi magazzini, essendo posizionati come negozi al dettaglio
che trattano articoli moda di specialità.
Il sito di Kobe è nel centro della città. Si tratta di
un nuovo fabbricato di sei piani ubicato vicino al negozio Gap a Center-gai,
famosa via dello shopping. Questo sito, dal terremoto del 1995 in poi,
è stato un centro informativo turistico e PR gestito dall’amministrazione
locale, ma ora è pronto per essere destinato a un diverso uso.
L’inaugurazione del punto vendita è prevista nell’autunno
2003, con uno spazio totale di vendita di circa 7.000 mq. Marui prevede
vendite per almeno 6 miliardi di yen. Sarà uno dei negozi più
piccoli della scuderia, ma la società nutre grandi aspettative
grazie alla sua straordinaria posizione all’interno dell’area
del Kansai. Marui spenderà solo 2 miliardi di yen nel negozio,
una realizzazione con un costo relativamente basso.
Anni fa, Marui aveva elaborato progetti di apertura del suo primo negozio
nel Kansai, a Takatsuki, un progetto accantonato a causa del ristagno
dell’economia. Marui ha un ufficio a Osaka dal 1986, che aveva
soprattutto il compito di avviare la realizzazione di punti vendita
nell’area. Ci sono voluti sedici anni per raggiungere l’obiettivo.
La società sta ora esaminando siti a Osaka e Kyoto e spera di
diffondersi rapidamente in tutta la regione. Come per il negozio di
Sannomiya, Marui è alla ricerca delle migliori ubicazioni anziché
considerare solo siti con dimensioni che si aggirano intorno ai 15.000
mq, che è la dimensione più consueta dei negozi già
esistenti.
Nel 2004, Marui aggiungerà un altro negozio a Tokyo, a Kita Senju,
seguito da una grossa nuova struttura a Yurakucho, la cui apertura è
prevista per il 2007. Il costo della realizzazione di questi due negozi
è previsto da Nikkei fra i 28,5 e i 30 miliardi di yen, cifre
che dimostrano quanto siano appetibili i siti meno costosi in altre
regioni.
La catena madre Marui ha registrato un buon primo semestre 2002, con
un incremento delle vendite del 1,6%, 243 miliardi di yen, e utili al
lordo delle imposte saliti del 6,1% toccando i 13,82 miliardi di yen.
SOPRA
La Lobby di Ginza
I
marchi esteri imparano a collaborare nell’intento di ottenere
reciproci vantaggi.
La concorrenza attraverso la collaborazione è una filosofia
aziendale tenuta in grande rispetto in Giappone. La maggior parte dei
settori dei beni di consumo e, sicuramente, quelli industriali contano
almeno una, se non varie, associazioni di categoria. In certi giorni
della settimana, si tengono a intervalli regolari, riunioni dei responsabili
delle società leader nei diversi settori. Poi, ci sono le regolari
“chiacchierate” fra i responsabili delle principali società
di trading alla ricerca di settori di collaborazione nei diversi comparti
di competenza.
Il sistema funziona e, a giudicare dai risultati ottenuti in Giappone
dallo sviluppo di pratiche imprenditoriali assistite, si può
affermare che numerosi siano i vantaggi, almeno per coloro che vi operano
all’interno. È pertanto sorprendente, per chi osserva l’ingresso
sul mercato da parte di società estere, vedere quanta poca collaborazione
vi sia fra aziende che, pure, devono affrontare le numerose complessità
del mercato giapponese. Spesso esistono sfiducia reciproca e timori
che informazioni condivise equivalgano alla perdita di un vantaggio
competitivo. Ma i vantaggi della cooperazione, soprattutto in un mercato
difficile come quello giapponese, sono numerosi.
Di recente, ci sono stati segni di miglioramento in questo senso. Il
Comite Colbert è un buon esempio di efficace lavoro comune sulle
specificità giapponesi, e altri sforzi sono compiuti a livello
locale.
Il mese scorso, si è assistito a un esempio pratico. Sette grandi
marchi del lusso hanno formato il Ginza International Luxury Committee.
Lo scopo è di promuovere l’area di Ginza facendone una
destinazione shopping di alto livello per i marchi del lusso. Ne fanno
parte Louis Vuitton, Burberry, Cartier, Bvlgari, Tiffany, Hermes e Harry
Winston, la maison statunitense di gioielleria.
Il comitato ha organizzato una mostra fotografica per promuovere l’area
con foto dei marchi prese dalla rivista Vogue. In futuro, saranno organizzate
campagne di marketing congiunte per promuovere l’immagine di lusso
dell’area di Ginza, con una collocazione coordinata di redazionali.
Si pensa anche di organizzare manifestazioni di strada.
La mossa non è dissimile dalle notevoli risorse che Mitsubishi
Real Estate ha messo in campo per trasformare Naka-dori a Marunouchi,
da una cupa area di uffici in una significativa destinazione dello shopping,
con un portafoglio di grossi marchi. Mitsubishi ha richiesto la restituzione
di favori precedentemente dispensati e investito somme ingenti per generare
spot radiotelevisivi e tutta una serie di redazionali per convincere
consumatori e futuri affittuari dei vantaggi dell’area. I risultati,
dopo circa cinque anni, si fanno vedere e gli affitti sono in aumento.
Resta da vedere se le campagne di Ginza integreranno la campagna di
Marunouchi o se saranno in concorrenza. Tuttavia, considerato che numerosi
grossi marchi hanno acquistato il terreno a Ginza, sul quale hanno costruito
i loro negozi, qualsiasi investimento di commercializzazione dell’area
dovrebbe dare buoni dividendi anche sui valori del terreno. SOPRA
Nessuna
sorpresa: Louis Vuitton è il numero uno per i profitti
Da
un nuovo rapporto del Teikoku Databank, emerge quello che tutti già
sanno, Louis Vuitton è il marchio internazionale che, in Giappone,
guadagna di più. Tuttavia, anche altri marchi se la cavano piuttosto
bene.
Stando
al Teikoku Databank, Louis Vuitton Japan vanta il più alto reddito
dichiarato di tutti i marchi internazionali presenti in Giappone. Sulla
base del rapporto sulla dichiarazione dei redditi di 42 marchi per l’esercizio
finanziario 2001, Louis Vuitton vanta un reddito di 32,4 miliardi di
yen, 26,3% in più rispetto l’anno precedente. Il risultato
lo colloca accanto a società locali quali Mitsubishi Heavy, Sharp
e Ajinomoto.
Al secondo posto, ma con un reddito pari a circa il 25% rispetto a quello
di Louis Vuitton, troviamo Hermes, che registra un reddito di 8,8 miliardi
di yen. Rolex si è piazzato terzo con 7,9 miliardi di yen e dietro
di lui, Richemont con 7,18 miliardi di yen. Al quinto posto troviamo
Tiffany Japan, da poco indipendente, con 6,38 miliardi di yen, in aumento
del 63,3% rispetto l’anno precedente. Chanel ha messo a segno
uno degli incrementi più sorprendenti del reddito dichiarato,
ovvero +204,8%, attestandosi a 4,8 miliardi di yen, e posizionandosi
in tal modo al sesto posto.
Fra le società che hanno fatto la loro parte per ripianare il
debito pubblico, troviamo Gap, che ha dichiarato un reddito di 3,5 miliardi
di yen, +179,7%, e Nike, con 3,8 miliardi di yen. La rivale Adidas segue
da vicino, con un reddito dichiarato di 2,74 miliardi di yen, in rialzo
del 388,8%, la crescita maggiore tra i primi 15. L’unica società
a registrare un calo di reddito dichiarato è stata Triumph International,
in ribasso del 13,6%, che è scesa a 1,85 miliardi di yen.
Complessivamente, i primi 42 marchi hanno generato una crescita positiva
del reddito dichiarato, che registra un + 40,1%, da 73,9 miliardi di
yen nel 2000 a 103 miliardi di yen, la più grossa crescita mai
registrata. Negli ultimi nove anni, il reddito è aumentato tutti
gli anni tranne che nel 1998, quando è sceso del 13,2%.
Purtroppo, non ancora abbastanza da contribuire in maniera efficace
alla domanda di Koizumi di ridurre il debito pubblico nipponico, anche
se ogni centesimo fa brodo.
Il rapporto del Teikoku Databank è disponibile all’indirizzo
http://www.tdb.co.jp/
SOPRA
Più
marchi di accessori negli SPA
I
rivenditori di abbigliamento di specialità (SPA - Speciality
store retailer of Private label Apparel) consolidano la loro posizione
sul mercato dell’abbigliamento principale, ma guardano alla diversificazione.
Un tempo, si puntava ai negozi misti di abbigliamento, accessori e cosmetici,
adesso si punta maggiormente sui negozi di marca riservati agli accessori.
Sanei
International è stato, forse, il primo dei principali dettaglianti
SPA ad aprire una catena di punti vendita riservata agli accessori,
quando, alcuni anni fa, sottoscrisse un accordo di licenza e di importazione
con la famosa stilista di pelletteria statunitense Kate Spade.
Sazaby ha iniziato come grossista e rivenditore al dettaglio di valigeria
e pelletteria, ma ora anche gli altri importanti SPA si stanno affacciando
su questo mercato. L’impatto su altri negozi di specialità
e sulla fascia bassa del mercato dei grandi magazzini potrebbe essere
devastante.
Sanyo Shokai tuttavia ha fatto un passo avanti, creando un’intera
nuova divisione di pelletteria e accessori. Sanyo Shokai che, oltre
a gestire marchi propri di successo, ha la gestione di Burberry in Giappone,
lancerà presto un nuovo marchio di soli accessori.
World, il gruppo al dettaglio SPA numero due, quest’autunno ha
lanciato un nuovo marchio, chiamato Botao, che vende borse in stile
remake e fatte a mano, destinate a una clientela di donne giovani. World,
inoltre, prevede di aprire negozi di soli accessori per alcuni dei suoi
marchi di maggiore successo, come Untitled e Inidivi.
Itokin, che già dispone di corner riservati alla pelletteria
per alcune delle sue griffe come Michel Klein, a.v.v e altri, ha di
recente firmato un accordo con la griffe francese Lollipop. Itokin opererà
secondo uno schema insolito, importando la linea e sviluppando in parallelo
la concessione di licenze. Nel prossimo anno, Itokin aprirà circa
dieci concessioni Lollipop e, successivamente, un negozio indipendente.
La scorsa primavera, Onward Kashiyama ha lanciato un nuovo marchio di
soli accessori, La Beaute.
Con questi cinque primari gruppi di moda che creano marchi di accessori
propri, nei prossimi due anni, la concorrenza per il mercato della moda
di prezzo medio si intensificherà. Potrebbero prospettarsi tempi
duri per i department store che trattano marchi di fascia media; in
particolare, per i grandi magazzini regionali che di solito commercializzano
accessori con prezzi di riferimento inferiori rispetto ai negozi dei
principali centri urbani. Ancora più a rischio sono le vendite
dei negozi di specialità, che già vivono sotto la minaccia
della concorrenza degli SPA nell’abbigliamento. Catene come Leilian
e Cabin potrebbero vedere andare in fumo i loro sforzi di ristrutturazione
degli ultimi due anni. Cabin, in particolare, ha lanciato, negli ultimi
sei mesi, marchi come Enracine, Politique E e Cofine Nuovo, concentrandosi
meno sull’abbigliamento e di più sugli accessori e su alcuni
articoli per interni. Questa decisione era maturata a causa della concorrenza
nel settore dell’abbigliamento, che aveva portato a un rallentamento
drammatico delle vendite e a grosse perdite.
Le catene degli SPA dispongono di capacità di merchandising e
di marketing che li vedranno, forse, invadere ulteriormente le vendite
delle catene di specialità tradizionali. SOPRA
L’88%
delle vendite di Louis Vuitton in Giappone?

Il South China Morning Post ha riferito che, il mese scorso, l’88%
delle vendite di Louis Vuitton sono derivate dal mercato nipponico,
compresi duty free e vendite ai consumatori giapponesi all’estero.
Nonostante Louis Vuitton riferisca che le vendite giapponesi si aggirano
sul 35% del fatturato globale del marchio, la maggior parte degli osservatori
del settore ipotizza che il numero complessivo sia intorno al 60-70%.
All’88%, la dipendenza dal mercato è sbalorditiva e conferma
la trasformazione di Vuitton in un marchio nazionale giapponese. La
crescita delle vendite prosegue costante e, per l’anno corrente,
è previsto un incremento del 12-15%, rispetto a circa il 50%
per Gucci e al 36% per Hermes. Altri marchi prevedono, in genere, attorno
al 30-40% delle vendite dal mercato nipponico.
In un’intervista al South China Morning Post, Yves Carcelle ha
affermato: "Da 10 anni, gli economisti continuano a ripetere che
il Giappone è a rischio. È necessario distinguere tra
il popolo giapponese e le banche. I giapponesi hanno soldi, il sistema
bancario giapponese no. Da tempo continuiamo a ripeterci la stessa domanda:
crollerà? Invece, anno dopo anno, i giapponesi continuano a consumare
sempre più prodotti Vuitton."
Stando a quanto riferito dall’articolo, una donna giapponese su
tre e un uomo giapponese su sei possiedono un prodotto Louis Vuitton
e la risposta di molte teen-ager ai ricercatori di mercato, è
stata che vogliono Vuitton perché "tutti ce l’hanno".
Dalle stime, potremmo affermare con sicurezza che l’equivalente
di una persona su sei possiede un articolo Vuitton, ma dalle indagini
sui consumatori emerge che una gran quantità di articoli è
acquistata da chi già possiede altri prodotti del marchio. SOPRA
Finalmente,
Prada apre altri negozi indipendenti

Gli ultimi due anni non sono stati dei migliori per Prada, né
in Giappone né sul mercato domestico. Piegata da livelli di indebitamento
ben noti a molte società nipponiche, ma senza l’aiuto delle
loro benevole banche, Prada è stata costretta a ridimensionarsi.
Ora, invece, con il negozio di Omotesando, finalmente quasi completato,
Prada è di nuovo in carreggiata.
In Giappone, dopo il boom dei prodotti Prada nella prima metà
degli anni ‘90, improvvisamente, è diventato più
difficile vedere una borsa Prada a Ginza, Shibuya o Shinsaibashi. La
borsa Prada di nylon nero, un tempo onnipresente, è scomparsa
in fondo agli armadi, già pieni degli accessori scartati degli
anni ‘80.
Il momento non poteva essere peggiore. Proprio in coincidenza con la
disaffezione dei consumatori giapponesi, la sede centrale italiana di
Prada era alle prese con una serie di problemi finanziari, che le impedivano
di concentrare le proprie energie sulla riconquista dei volubili consumatori
giapponesi che, negli anni d’oro, molto avevano contribuito a
fornirle la liquidità necessaria all’espansione. Nel frattempo,
un’intera schiera di griffe italiane ha visto lievitare le vendite.
Molti marchi hanno aperto consociate in Giappone e sono stati inaugurati
flagship store in città chiave, in tutto il paese.
Alcuni segnali lasciano pensare che Prada stia tornando alla carica.
Il negozio di Omotesando aprirà, finalmente, a maggio del prossimo
anno e Prada prevede vendite per 1,5 miliardi di yen il primo anno e
per 2 miliardi il secondo anno. La società ha acquistato anche
il vecchio Sephora a Ginza, per abbinarlo al negozio di Marunouchi,
situato nelle vicinanze. Il negozio aprirà in dicembre.
Oltre a questi negozi indipendenti, Prada sta cercando di migliorare
le concessioni nei grandi magazzini, negoziando nuove posizioni e spazi
più ampi, al fine di poter competere con altri marchi internazionali
che hanno già rilevato grossi segmenti dei pianterreni nei principali
department store. SOPRA
Mitsukoshi
rivede, al ribasso, le previsioni sugli utili
Mitsukoshi ha annunciato che gli utili della prima metà dell’anno
finanziario 2002 sono stati molto scarsi. Le vendite sono diminuite
del 3,6% rispetto al 2001, attestandosi su 454 miliardi di yen, con
un utile di esercizio ridotto del 28%, a 4,62 miliardi di yen. L’utile
totale consolidato al lordo delle imposte è diminuito del 16%,
portandosi a 2,56 miliardi di yen.
Di conseguenza, Mitsukoshi prevede un fatturato di circa 950 miliardi
di yen, con un utile al loro delle imposte di 5,5 miliardi di yen per
l’anno che si conclude a febbraio 2003. Le vendite della catena
sono scese, complessivamente, ogni mese e la stagione dei regali di
luglio si è rivelata fiacca.
Anche i lavori di ristrutturazione degli interni hanno contribuito a
frenare le vendite in alcuni punti vendita chiave della catena. Mitsukoshi,
attualmente, sta rinnovando il negozio principale a Nihonbashi, con
un costo di 13 miliardi di yen. Il negozio riaprirà i battenti
a ottobre 2004 e avrà un 13° piano aggiunto.
La società madre, solo per l’attività dei grandi
magazzini, nella prima metà dell’anno, ha accusato un calo
delle vendite del 3,3%, che si sono attestate su 323,9 miliardi di yen,
con un utile al lordo delle imposte in ribasso del 22%, pari a 2,55
miliardi di yen. SOPRA
Comptoir
des Cotonniers punta al Giappone

Il
marchio Comptoir des Cotonniers, di proprietà dell’azienda
parigina Creations Nelson, sta valutando la prospettiva di un suo ingresso,
entro breve, nel mercato nipponico. Sono previsti cinque negozi in Giappone
e dieci in Cina, con un target, a lungo termine, di circa cinquanta
punti vendita. SOPRA
Rodo
apre in Giappone

Rodo, il marchio italiano di accessori di lusso, ha riferito di essere
in trattativa con il principale distributore del comparto moda, Aoi,
per aprire negozi in Giappone. A partire dal prossimo anno, Aoi acquisirà
i diritti esclusivi per importare Rodo e gestire le concessioni.
Rodo si sta espandendo anche nel resto dell’Asia. Nei prossimi
due anni, è prevista l’apertura di ventiquattro negozi
in Cina. Già l’80% del prodotto Rodo viene esportato in
Asia e questa percentuale è prevista in crescita, in seguito
al lancio di una linea per i più giovani, la prossima primavera.SOPRA
Mitsukoshi
apre un centro commerciale della moda

Il mese scorso, Mitsukoshi ha aperto un nuovo palazzo della moda, Sapporo
Alta, a Sapporo. Si tratta di una struttura simile al magazzino Studio
Alta, situato all’uscita est della stazione di Shinjuku, a Tokyo.
Il centro commerciale conta dieci piani e occupa uno spazio di vendita
di 7.460 mq. Mitsukoshi prevede vendite per 5 miliardi di yen nel primo
anno. Il giorno dell’inaugurazione, 3.000 giovani consumatori
hanno fatto la fila per entrare e oltre 60.000 sono stati i visitatori
nel primo giorno di apertura. La concorrenza nel mercato dello shopping
di Sapporo si sta inasprendo con l’Annesso sud di Marui Imai e
il nuovo negozio di Daimaru, che apriranno entrambi il prossimo anno.
SOPRA
Nel
primo semestre, registrato un calo del 7% delle importazioni di abbigliamento
in Giappone
Stando a quanto dichiarato dalla Japan Textile Importers Association,
le importazioni giapponesi di abbigliamento sono diminuite del 7%, per
quantità, tra gennaio e luglio 2002, scendendo a 1,74 miliardi
di unità. In termini di valore, le importazioni hanno subito
una contrazione del 6%, attestandosi a mille miliardi di yen. Per quanto
riguarda i paesi, le importazioni dalla Cina hanno accusato un ribasso
del 5%, scendendo a 1,5 miliardi di unità per un valore di 785
miliardi di yen, pari al 78% delle importazioni complessive. Le importazioni
dalla Corea sono diminuite del 33%, portandosi a 58 milioni di unità,
mentre quelle da Hong Kong sono precipitate del 50%, attestandosi a
2 milioni di unità. Le importazioni dalla Corea e da Hong Kong
sono in ribasso da diversi anni, ma questo è il primo calo delle
importazioni cinesi che si registra da anni. SOPRA
Utili
in aumento per Blue Grass

Blue Grass, una delle prime dieci catene di abbigliamento donna e affiliata
di Aeon, ha annunciato un utile di esercizio in rialzo del 10,2% per
il primo semestre, nonostante il calo delle vendite dello 0,4%, scese
a 20,7 miliardi di yen. Anche l’utile al lordo delle imposte mostra
un segno positivo, +6,8%, salendo a 674 milioni di yen. La contrazione
del fatturato è stata attribuita al calo delle vendite per cliente
e dell’affluenza. Le vendite confrontate per periodo, sono diminuite
del 4,1%, mentre l’affluenza è scesa addirittura dell’8,8%.
L’azienda ha aperto trentanove negozi nel primo semestre, ma ne
ha chiusi quarantatre, portando il totale netto a seicentocinquantasei
punti vendita. Per l’anno che si conclude in febbraio, Blue Grass
prevede vendite pari a 43 miliardi di yen e utili al lordo delle imposte
di 1,3 miliardi di yen. SOPRA
Chantelle
apre in Giappone

Il marchio top di lingerie francese, Chantelle, è un’altra
delle maison francesi ad aver aperto, lo scorso anno, in Giappone, una
società interamente controllata. In precedenza, il marchio veniva
venduto attraverso Nichimen Infinity, ma stando a un’intervista
rilasciata alla stampa, Chantelle ha affermato che il controllo del
marchio era impossibile tramite un agente e il miglior approccio era
attraverso una sua affiliata.
Secondo quanto riferito, in seguito alla costituzione della società,
nel mese di marzo, Chantelle ha stipulato il suo primo accordo con Isetan
in agosto e dopo un mese le vendite registravano un rialzo del 20% rispetto
alle previsioni. Isetan avrà i diritti esclusivi di vendita al
dettaglio del marchio presso il suo negozio di Shinjuku durante il primo
anno, una tattica di marketing molto usata dai marchi stranieri per
assicurarsi il giusto posizionamento. Chantelle punta a clienti di età
compresa tra i 30 e i 40 anni e ha lanciato delle serie speciali per
il mercato nipponico. SOPRA
Ryohin
Keikaku si avvicina timoroso a Yohji Yamamoto

Ryohin
Keikaku, operatore di Muji, ha annunciato un’altra ristrutturazione
della sua catena di fornitura. Dalla primavera del 2003, circa 90-100
articoli di abbigliamento Muji proverranno dall’atelier dello
stilista Yohji Yamamoto, uno dei maggiori disegnatori di moda giapponesi.
A partire dall’autunno 2003, tutto l’abbigliamento Muji
sarà prodotto dall’atelier di Yamamoto. Anche la produzione
sarà gestita dalla società di Yamamoto, consentendo a
Ryohin Keikaku di ridurre ulteriormente le spese fisse di gestione dei
fornitori.
Cosa non sorprendente, dalla prossima stagione, Ryohin Keikaku aumenterà
il livello di prezzo dei capi di abbigliamento, passando da una fascia
generale di 1.800-2.500 yen a una di 2.500-3.500 yen.
La mossa rientra in un piano generale di ristrutturazione della catena
di approvvigionamento, messo in atto nell’ultimo anno, e che ha
visto la società decurtare il numero di fornitori da circa settanta
a dieci società chiave. Il risultato è stato ottenuto
anche grazie al subappalto a Mitsubishi Shoji, primaria società
di trading, della gestione di parte dell’approvvigionamento. In
quest’ottica, va intesa anche l’acquisizione di una partecipazione
del 3,8% in Ryohin Keikaku, da parte di Mitsubishi. SOPRA
Fast
Retailing: generi alimentari, Cina e abbigliamento femminile, ma non
necessariamente in quest’ordine
Il
fatto che i prezzi dei prodotti Uniqlo venduti all’estero siano
mantenuti al livello di quelli giapponesi, dovrebbe aiutare ad ampliare
i margini di guadagno. Anche se i media prevedono il tramonto di Fast
Retailing, è bene ricordare che le vendite sono in calo solo
rispetto agli anni boom di Uniqlo, il 1999 e il 2000. In un’ottica
a lungo termine, Fast Retailing in realtà se la sta cavando bene.
In questo senso, FR rappresenta un modello di come interpretare gran
parte del commercio al dettaglio giapponese della moda: in ottima salute.
Peraltro, è ormai prossimo il lancio della nuova affiliata alimentare.

In un’intervista al Nikkei, il direttore generale di Fast Retailing
(Jiangsu) Apparel, Makoto Hayashi, ha sostenuto che l’idea di
fissare i prezzi al dettaglio cinesi di Uniqlo allo stesso livello di
quelli giapponesi non era originariamente all’ordine del giorno.
Tuttavia, dopo un esame della concorrenza locale, Fast Retailing ha
concluso che sarebbe stato impossibile competere con i dettaglianti
locali. Di conseguenza, Uniqlo è stato posizionato in un punto
vendita di qualità superiore, frutto di una migliore progettazione
rispetto ai concorrenti locali, e ha così potuto trarre vantaggio
dalla reputazione di controllo qualità di cui il Giappone gode.
Il messaggio di marketing non è diverso da quello del Regno Unito,
dove design e qualità sono i caratteri predominanti del messaggio
di commercializzazione, benché, in Cina, i prezzi siano assai
più competitivi.
Per ora, la strategia di marketing a Shanghai sembra funzionare. Da
un’indagine condotta da Fast Retailing su circa 1.500 persone
a Pechino e Shanghai, è emerso che il messaggio che punta sulla
qualità è giunto a destinazione.
I margini superiori devono essere un sollievo per Fast Retailing che,
da tempo, sta cercando il modo di porre fine al calo di vendite e utili.
Prezzi equivalenti o talvolta, come per la maglieria, superiori a quelli
nipponici e costi di gestione inferiori, dovrebbero contribuire a migliorare
il risultato economico finale. È vero che in Cina l’imposta
sul volume d’affari è del 17%, ma è comunque inferiore
al costo totale di spedizione e distribuzione dalla fabbrica cinese
al negozio giapponese. Mentre, in alcune zone di Shanghai, i costi di
affitto dei negozi non sono così inferiori, sono invece considerevolmente
bassi nel resto della Cina, e questo dovrebbe gonfiare i margini. I
margini lordi, dopo essere scesi per gran parte dello scorso anno, si
aggirano ora intorno al 45% e stanno iniziando di nuovo a salire.
Anche in Cina, come nel Regno Unito, Fast Retailing ha assunto quasi
tutto il personale in loco. Tuttavia, diversamente dal Regno Unito,
Hayashi afferma che, per il momento, si sono riscontrati pochi problemi
riconducibili alla diversità culturale. Severe barriere delle
classi tariffarie e mancanza di flessibilità costituiscono il
principale ostacolo all’espansione nel mercato britannico. In
Cina, invece, sembra che il personale lavori bene in collaborazione
con la sede centrale e Hayashi afferma che un membro del personale cinese
potrebbe, prima o poi, ottenere l’incarico di amministratore di
Fast Retailing in Giappone, una cosa che non si sente certo dire spesso
nei corridoi dei dirigenti di altre importanti aziende al dettaglio.
Un’iniezione di talento manageriale cinese può forse essere
ancora lontana, ma gli utili cinesi sono i ben accetti. Per l’anno
che si conclude ad agosto 2002, Fast Retailing ha annunciato un calo
delle vendite e degli utili, per la prima volta dalla quotazione in
borsa nel 1994. Le vendite della società madre sono diminuite
del 18%, scendendo a 341,6 miliardi di yen e gli utili al lordo delle
imposte sono scesi del 47%, a 54,8 miliardi di yen. Le vendite confrontate
per periodo hanno registrato un calo del 28,6% e le vendite al dettaglio
complessive sono diminuite del 16,9%. Le vendite internet hanno subito
un regresso del 17,3%.

Su base consolidata, si sono registrate vendite per 344,1 miliardi di
yen, con un utile al lordo delle imposte di 51,1 miliardi di yen. Alquanto
preoccupante è che le vendite confrontate per periodo relative
ad agosto abbiano subito un calo persino più drastico, circa
il 30%, anche se questo è stato, di per sé, un miglioramento
rispetto a luglio, quando le vendite sono crollate del 40%.
Nel suo primo mercato internazionale, il Regno Unito, Uniqlo ha registrato
una perdita di esercizio di 20 milioni di sterline (3,6 miliardi di
yen), dopo l’ingente investimento nell’apertura dei negozi.
Nel complesso, tuttavia, i risultati di Fast Retailing non sono poi
così negativi e devono essere esaminati in una più ampia
prospettiva. La società continua, infatti, a registrare un utile,
malgrado la rapida espansione e le perdite dovute ai ribassi praticati
sulle rimanenze. Inoltre, va ricordato che per l’anno conclusosi
ad agosto 2001, Fast Retailing aveva messo a segno un’impennata
nelle vendite dell’82%, mentre nel 2000, le aveva raddoppiate,
passando da 111 miliardi di yen a 228,9 miliardi. Questo tipo di crescita
è raramente sostenibile per qualsiasi dettagliante e lo è
ancora meno se si considera che, gran parte di essa, deriva da un mercato
giovane temporaneamente affascinato dagli sconti sulle marche e, in
particolare, dalle vivaci felpe.
Accanto alle perdite registrate nel Regno Unito, in seguito al lancio
della società in questo paese il 28 settembre 2001, troviamo
vendite di 14 milioni di dollari incassati nei sette mesi successivi
fino al 28 maggio, una cifra destinata a crescere considerato che la
società espanderà la sua base di negozi britannici, portandoli
a un totale di cinquanta. Ammettendo che, in Gran Bretagna, c’è
del lavoro da fare, Masatoshi Morita, capo dirigente per il Regno Unito,
ha affermato che la società aumenterà la sua offerta di
abbigliamento femminile e continuerà a incrementare la percentuale
di approvvigionamenti presso fornitori meno lontani dall’Europa,
nell’intento di migliorare l’efficienza della catena di
fornitura.

Per Fast Retailing è giunto il tempo del consolidamento e della
stabilizzazione, per diventare ciò che ha sempre mirato a essere:
un punto di riferimento “di prossimità” per la vendita
al dettaglio di abbigliamento. I margini dovrebbero essere in qualche
modo recuperati, con lo smaltimento delle rimanenze e, in particolare
delle felpe, a prezzi ribassati.
Inoltre, nel prossimo anno finanziario, la società accelererà
l’apertura di nuovi negozi. Oltre cento ne sono previsti in Giappone,
Regno Unito e Cina, ventuno in più rispetto a quest’anno.
In Giappone, si tornerà a concentrarsi sulle regioni, in particolar
modo su quelle settentrionali dove Uniqlo non è ben rappresentato
e, lontano dai centri urbani concorrenziali di Tokyo, su Osaka e Nagoya.
Quarantaquattro negozi rischiano la chiusura, nonostante un incremento
netto di cinquantasei unità.
Una delle soluzioni sarà rappresentata dalle nuove linee di abbigliamento
donna. Come riferito il mese scorso, il nuovo negozio a Shinjuku sta
cercando di migliorare il livello di Uniqlo, presso una clientela di
donne giovani che acquistano capi costosi. Nonostante l’incertezza
iniziale, questa nicchia di compratori potrebbe rivelarsi un’opportunità.
Sicuramente, è importante per FR, che prevede un’impennata
nelle vendite di abbigliamento donna a 180 miliardi di yen nei prossimi
tre anni, quasi il 40% delle vendite complessive, pari a 450 miliardi
di yen, rispetto all’attuale 30%.
Anche l’abbigliamento bambino è stato riveduto, nella speranza
di carpire alcune delle vendite di livello inferiore dai negozi Gap
di abbigliamento bimbo di maggiore successo. Entro la fine dell’attuale
esercizio finanziario, saranno centoquaranta i negozi che venderanno
abbigliamento bimbo, rispetto ai settantadue di quest’anno.
Queste strategie interne, associate all’espansione in Cina e in
Europa, saranno di aiuto, seppure non nell’immediato futuro. La
fine del ciclo di espansione di Uniqlo richiederà altri sei mesi
per estinguersi. Per l’anno che si conclude in agosto 2003, FR
prevede un calo delle vendite nette del 12,2% e una diminuzione del
reddito ordinario del 23,3%. Anche le vendite confrontate per periodo
continueranno a soffrire, in ribasso del 30,5%.
Tuttavia, una volta scemati gli effetti del boom, FR prevede una ripresa
delle vendite, per la seconda metà dell’anno, del 4,4%
e un aumento del reddito ordinario del 43,2%. Si prevede che la tendenza
al rialzo continui nell’anno finanziario 2004, riportando la società
a una crescita, sull’intero anno, per la prima volta da due anni
a questa parte.
Fast Retailing ha affermato di puntare, per la sola società madre,
a un utile di esercizio di 60 miliardi di yen su un fatturato di 370
miliardi, nell’anno che si conclude ad agosto 2004, e di 90 miliardi
di yen su un fatturato di 450 miliardi nel 2005. SOPRA
Focus:
Cashmere, il nuovo mercato del lusso?
Nel
1998, Alicia Drake nell’International Herald Tribune definiva
il cashmere “la quintessenza delle fibre degli ultimi anni ‘90”.
Lucien Pellat-Finet, prestigioso stilista del cashmere, lo ha descritto
come dotato di “una caratteristica esclusiva di adattamento alla
persona”. Eppure, fino a poco tempo fa, in Giappone, le marche
basate sul cashmere lamentavano un prodotto fiacco, con un branding
minimo e una scarsa distribuzione. Di conseguenza, pochi acquirenti
e ancor meno consumatori riuscivano a capire il motivo per cui avrebbero
dovuto pagare di più un prodotto europeo, quando il cashmere
cinese si vendeva a un terzo del prezzo o a meno. Italiani in testa,
il cashmere europeo sembra essere entrato in una nuova era. Quello che
segue è uno studio sul marketing del marchio e sulla distribuzione
nel mercato giapponese. Quali possibilità ha il cashmere di assurgere
ai livelli della pelle e diventare il tessuto di base per una nuova
generazione di marchi di lusso?
Il lusso nelle sue fibre
Il cashmere è sempre stato un prodotto di lusso ricercato, ma,
fino a poco tempo fa, non si era spinto oltre questa generica formula.
Raramente, questo effimero tessuto è divenuto la base di un marchio.
Negli anni ’50, Pringle era al centro dei riflettori e marche
italiane come Loro Piana e Malo se la cavavano piuttosto bene. Tuttavia,
nessuno di loro è mai diventato potente come le controparti,
Louis Vuitton per gli accessori da viaggio, Ferragamo per le calzature,
L’Oreal per la cosmesi. In qualche modo, il cashmere era relegato
in un angolo tranquillo e rispettato del mercato della moda.
Inoltre, molti produttori di cashmere sono rimasti attaccati alla convinzione
mentale che questo materiale fosse legato agli articoli di maglieria,
con punti vendita basati unicamente sulla qualità. Di conseguenza,
design, stile e colore hanno assunto un ruolo marginale e la creazione
di un marchio non è mai stata presa in considerazione. I dettaglianti
hanno risposto commercializzando il cashmere come era sempre stato presentato:
una merce generica. Che noia!
Noioso, ma in Cina costa poco
La monotonia non era l’unico problema. Quando sul mercato si affacciarono
i produttori cinesi, con prezzi di riferimento considerevolmente inferiori,
i commercianti e i consumatori non ebbero bisogno di molto incoraggiamento
all’acquisto. I marchi europei avevano fatto poco per investire
sulla comunicazione del valore dei loro prodotti attraverso un branding
efficace, e i consumatori non avevano modo di riconoscere la differenza
fra i due prodotti. Un prodotto primario è un prodotto primario.
I grandi magazzini hanno creato rapidamente marchi di cashmere propri,
come ad esempio la marca Isetan’s IQ (Isetan Quality). Tutte queste
marche si rifornivano in Cina, a prezzi che si aggiravano al massimo
intorno ai 20.000-30.000 yen, rispetto alla fascia di prezzo da 40.000
a 60.000 yen del prodotto europeo.
Le esportazioni dall’Europa sono precipitate e i due principali
esportatori, Scozia e Italia, hanno reagito in maniera molto diversa.
Le aziende leader italiane come Loro Piana e Malo, si sono mosse per
stabilire una netta differenziazione rispetto al prodotto cinese, investendo
nei prodotti alla moda, in un branding efficace e in una presenza al
dettaglio più incisiva. A tal fine, l’offerta merceologica
è stata ampliata, passando dall’offerta di articoli in
cashmere standard, fino ad arrivare a comprendere più accessori
e articoli per interni.
Tuttavia, l’aspetto fondamentale è che le aziende italiane
hanno offerto qualcosa cui finora non era mai stata data la giusta considerazione:
una regolare gamma estiva. Le collezioni estive sono fondamentali, non
solo come introito supplementare, ma anche per giustificare concessioni
permanenti con durata annuale, nei grandi magazzini. Senza una gamma
estiva, le marche di cashmere erano costrette a mescolarsi alle altre
marche commercializzate nelle corsie centrali dei grandi magazzini.
Il problema è che il cashmere non si addice all’estate
giapponese. La risposta è stata una collezione chiave di pezzi
in cashmere a filato semplice ultra leggero, ideale per gli uffici freddi
con aria condizionata e facilmente proponibile accanto ai lussuosi capi
in cotone, lino e seta.
L’Italia crea i marchi, la Scozia si ritira
Purtroppo, mentre l’Italia si è rimboccata le maniche,
così non è stato per i produttori scozzesi. Salvo rare
eccezioni, la maggior parte dei produttori scozzesi ha assistito a un
calo delle vendite pari al 90%. Spesso gli ordini rimanenti riguardavano
lavorazioni in conto terzi, commissionate da negozi di specialità
e dai grandi magazzini per prodotti di marchio proprio. In linea di
massima, le marche di cashmere scozzesi sono scomparse dai principali
negozi del Giappone e molte hanno perso agenti e distributori. Pringle,
con una licenza concessa a Renown, ha visto il suo marchio su gamme
di abbigliamento di valore sempre più scarso, vendute in supermercati
quali Aeon e Daiei.
Negli anni ‘90, mentre tutti gli altri settori della moda e dell’abbigliamento
iniziavano a investire direttamente in Giappone, la maggior parte delle
società di cashmere si sono tenute a distanza. Ancora una volta,
sono stati gli italiani a prendere l’iniziativa.
Loro Piana ha raccolto la sfida, divenendo una delle prime società
di cashmere straniere a creare, in Giappone, una società interamente
controllata. Questa politica è stata ripagata da risultati commerciali
in costante miglioramento, da una solida rete di concessioni e da un
negozio bandiera in franchising a Ginza, gestito da Sun Motoyama. L’uso
fantasioso che Loro Piana fa dei colori di moda e il posizionamento
del marchio, indirizzato a consumatori cosmopoliti, hanno modificato
il modo di vedere l’andamento futuro del cashmere da parte degli
acquirenti giapponesi. I department store non guardano più al
mercato come un semplice caso di concorrenza tra l’economico cinese
e il costoso europeo, ma si rendono conto di essere di fronte a due
mercati distinti. Uno per il prodotto in cashmere economico, di base,
di bassa qualità, ideale per il branding del negozio, l’altro
per marchi di lusso, stilisticamente raffinati, alla moda e di altissima
qualità.

Nell’ultimo anno, il mercato ha registrato una rapida evoluzione
e la distribuzione nipponica ha risposto. Loro Piana rimane l’unico
operatore di cashmere interamente indipendente, ma altri marchi hanno
trovato partner locali. Quest’autunno, Zegna Japan, dopo che la
società madre ha rilevato la società in Europa, ha lanciato,
in occasione dell’apertura di un nuovo negozio a Tokyo, il marchio
Agnona, che presenta nella collezione una buona percentuale di cashmere.
Malo, un altro marchio italiano, ha rinnovato la sua distribuzione in
Giappone. Per anni, Malo è stato distribuito da Misaki Shoji,
il distributore con sede a Osaka. Quest’anno, Itochu Shoji ha
firmato un accordo quinquennale di distribuzione esclusiva per conto
dell’affiliata CI Garment Service, che gestirà la distribuzione
di Malo. Itochu ha festeggiato l’accordo con l’apertura
di un negozio Malo dalla superficie di 100 mq a Ginza, che vende pullover
per 430.000 yen e capispalla per 620.000 yen. Un altro negozio indipendente
sarà aperto a Osaka, entro la fine del 2003. Itochu ha anche
inaugurato una concessione a Isetan Shinjuku, oltre a rilevare altre
dieci concessioni nei department store. Itochu espanderà a trenta
il numero delle concessioni, entro il 2005. CI Garment Service, inoltre,
quest’anno, venderà all’ingrosso a circa cento clienti,
un numero che salirà a trecento entro il 2005. Itochu prevede
vendite di prodotti Malo per oltre 1 miliardo di yen nell’esercizio
2002 e per oltre 3 miliardi di yen entro il 2005, il 50% attraverso
negozi propri e il 50% attraverso la vendita all’ingrosso.
Il lusso per i giovani
Accanto al mercato tradizionale, il cashmere viene acquistato con sempre
maggiore frequenza anche dai consumatori più giovani. Dall’ottica
dello stilista, i capi di Lucien Pellat-Finet, prodotti in Scozia, registrano
vendite vivaci, attraverso il distributore Coronet. Coronet ha anche
gestito un negozio Lucien Pellat-Finet ad Aoyama.
Nel marzo 2002, si è assistito a un nuovo lancio del marchio
Pringle, importato in esclusiva, in un’alleanza per la distribuzione
con l’affiliata di Mitsui, Sann Freres. In settembre, è
stato aperto un negozio Pringle ad Aoyama.

Persino i marchi denim approfittano del nuovo mercato giovanile del
cashmere. Yagi Tsusho, distributore che vanta una lunga collaborazione
con l’industria del cashmere in Italia e in Scozia, ha lanciato
una collezione di cashmere da vendere accanto al marchio denim statunitense,
Earl Jeans. Mentre i denim si vendono a meno di 20.000 yen, i capi in
cashmere Earl Jeans si vendono a circa 50.000 yen. Forse, l’aspetto
più significativo della linea Earl Jeans è che Yagi sta
usando il cashmere nel tentativo di accrescere il posizionamento generale
del marchio, avvalendosi in altre parole, delle qualità proprie
del cashmere. Tali sviluppi stanno a indicare la notevole potenzialità
rappresentata dall’uso del cashmere come base per creare una nuova
generazione di marchi di lusso in grado di attirare consumatori giovani
e meno giovani. Fake London, distribuita da Jack of All Trades in collaborazione
con Four Marketing, è un altro marchio di cashmere giovane che
se la sta cavando bene. Come ha affermato la stilista, Desiree Mejer,
il cashmere può essere usato per uno stile di moda innovativo:
“Nonostante sia un simbolo di qualità, un materiale classico
e tradizionale, non bisogna lasciarsi intimidire, bensì rimpossessarsene
per creare qualcosa di diverso.”
Un marchio per il filato
Anche sul versante dei produttori di filati di cashmere, le prospettive
sono rosee. Come già riferito, Zegna Baruffa ha iniziato a commercializzare
i filati Cashwool e Shamir direttamente ai consumatori.
Con lo sviluppo e il consolidamento dei marchi basati sul cashmere,
questi creano più spazio per espandere la loro gamma merceologica.
Proprio grazie al fatto che il marchio comunica l’idea del lusso
e dei valori insiti nel filato, le marche di cashmere non sono più
costrette a offrire solo prodotti in cashmere, ma possono invece introdurre
una più vasta gamma di merci. Questo aspetto è fondamentale
per due motivi. In primo luogo, per rifornire un punto vendita di dimensioni
ragionevoli, sono necessarie gamme più vaste. In secondo luogo,
il cashmere deve offrire qualcosa che si adatti all’estate giapponese.
Introducendo prodotti realizzati in cotone, seta e lino di alta qualità,
le aziende del cashmere possono finalmente vendere in tutte le stagioni
giustificando, in tal modo, una presenza al dettaglio permanente nei
grandi magazzini. Con una vendita al dettaglio adeguata, i marchi di
cashmere saranno finalmente in grado di competere, nei negozi, con i
marchi di lusso incentrati sui capi in pelle, nella lotta per attirare
l’attenzione dei consumatori.

Ritorno massiccio della Scozia
Attualmente, anche le aziende scozzese del cashmere stanno tornando
alla carica. Due anni fa, le principali società hanno creato
un’associazione denominata Scottish Cashmere Club, con l’intento
di elevare il profilo e il posizionamento del cashmere scozzese. Il
mercato giapponese è considerato una priorità ed è
stata, pertanto, intrapresa un’estesa ricerca e sono stati elaborati
piani per una campagna di ampio respiro volta a modificare il modo in
cui acquirenti e consumatori percepiscono il cashmere scozzese. Questo
mese, si terrà uno spettacolo moda innovativo, durante il quale
saranno presentate nuove collezioni, compresa la prima collezione mai
realizzata di capi in cashmere, di un gruppo di giovani stilisti giapponesi.
Le società hanno stravolto il design tradizionale, creando nuove
collezioni moda, ma conservando, nel contempo, tutte le caratteristiche
tradizionali di qualità, morbidezza e resistenza - gli stessi
motivi per cui marchi prestigiosi come Chanel e Hermes si approvvigionano,
in prevalenza, in Scozia per il loro cashmere. Sono stati fatti investimenti
nel branding e alcune società, attraverso l’investimento
diretto, stanno cercando di creare un’effettiva presenza di marca
in Giappone.
Altre aziende che utilizzano il cashmere scozzese per creare marchi
di lusso, si stanno espandendo. Brora, che vanta negozi nelle rinomate
vie della moda di Londra, King’s Road e Notting Hill, è
un’altra società che sta pensando di sfruttare le qualità
del cashmere.
Con il mercato del cashmere di marche di lusso in netta evoluzione,
dopo un decennio di assenza, le società commerciali e i distributori
giapponesi stanno muovendo nuovamente alla volta della Scozia. Mitsui
e Itochu, abbagliati dal successo degli accordi con Pringle e Malo,
stanno affannosamente cercando altre potenziali marche. Anche Misaki
Shoji, Yagi Tsusho, Sanki Shoji, Aoi, Ellebis e altri stanno muovendo
i primi passi verso le aziende del cashmere e stanno riorganizzando
la distribuzione dei mandanti. La questione questa volta, tuttavia,
è se i marchi scozzesi cederanno tutti i diritti per le loro
marche o sceglieranno, invece, di svolgere un ruolo più attivo
come partner. Sia per le società italiane sia per quelle scozzesi,
Loro Piana è un esempio da tenere presente. SOPRA