MAGGIO 2008 | Newsletter | Volume 5 | Numero 73

 
Italia Life in I Style
Il Made in Italy alla conquista di super-ricchi e dello shopping online
  • Nel periodo da gennaio a marzo la crescita del prodotto interno lordo statunitense ha superato le aspettative con un +0.6%. Questo dato, contenuto in un rapporto del Dipartimento del Commercio americano, è stato la “breaking news” della mattina del 30 aprile sui siti web dei più importanti quotidiani e delle agenzie di stampa, dal Wall Street Journal al New York Times.
  • Il rapporto offre una stima iniziale che sarà rivista nei mesi successivi e arriva a poche ore dall’annuncio di nuovi tagli del tasso di interesse della Federal Reserve. È stata la prima buona notizia dopo giorni di segnali poco incoraggianti, ma gli analisti non hanno fatto salti di gioia: l’incremento del PIL è legato alla crescita degli inventari che però nel lungo periodo potrebbe avere un effetto negativo in quanto effetto di un calo delle vendite. Il rialzo delle spese al consumo è il più basso registrato dal 2001, quando l’economia statunitense era in recessione. La sfiducia dei consumatori è confermata dal calo del Consumer Confidence Index che a marzo è passato da 65.9 a 62.3 anche se l’indice delle aspettative ha subito un leggero rialzo (da 49.4 a 50.1).
  • Secondo Lynn Franco, direttrice del Conference Board Consumer Research Center “lo sguardo dei consumatori sull’economia, il mercato del lavoro e le prospettive di reddito rimane piuttosto pessimista e non è cambiato di molto rispetto al mese scorso. In altre parole, il bicchiere rimane mezzo vuoto”. È vero, le premesse alla stagione estiva dei consumi non fanno sorridere ma in questo numero guardiamo ad una fascia del mercato che sembra ancora immune dalla depressione e ha un’importanza strategica per il Made in Italy. Visto dalla prospettiva del luxury market e in particolare della cima della piramide del mercato, il bicchiere sembra decisamente mezzo pieno.
  • Lo suggeriscono vendite e previsioni di marchi come Luis Vuitton per cui i super-ricchi americani hanno speso il 10% in più negli ultimi mesi, e Armani che ha iniziato i lavori del flagship store sulla Quinta Strada che aprirà a inizio 2009. Anche a Park City, città tra le montagne dello Utah che vive un boom straordinario grazie a un flusso turistico di altissimo livello, i marchi italiani dell’abbigliamento da sci continuano a conquistare fette consistenti di mercato. Ne abbiamo parlato con Kathy Burke, buyer di Cole Sport, leader locale nella distribuzione di abbigliamento da montagna di prima categoria. Gli americani che acquistano articoli di lusso si affidano a brand consolidati che garantiscono performance di qualità superiore, proprio le caratteristiche che contraddistinguono il prodotto italiano.
  • Così, analizzando i dati del Dipartimento del Commercio, scopriamo che il nostro export ha realizzato un boom nel settore orologeria (+120% a febbraio 2008 rispetto allo stesso mese del 2007) e risultati più che soddisfacenti nella cosmetica e profumeria. Nello stesso periodo le esportazioni di abbigliamento femminile hanno segnato un +4% pari a 107 milioni di dollari rispetto ai 102 di un anno prima e quelle di abbigliamento maschile hanno fatto un balzo in avanti del 13%. A maggio occhi puntati sullo shopping online che nell’anno in corso, secondo un rapporto della Forrester Research, crescerà del 17% per un totale di 204 miliardi di dollari rispetto ai 174,5 miliardi del 2007. L’ e-commerce giurano gli esperti “rappresenta in questo momento l’area più promettente nel mondo del retailing”. Sempre a proposito di retail, luci e ombre avvolgono i grandi operatori di fascia media. Per saperne di più basta sfogliare la newsletter.
Stati Uniti, il mercato del lusso immune alla crisi
  • In America c’è qualcuno per cui le voci di recessione sono solo un rumore di fondo quasi impercettibile. Sono i super-ricchi, ovvero dirigenti d’azienda, avvocati, operatori del mercato finanziario e investitori nei fondi di private equity. Si muovono su jet privati, Ferrari e Lamborghini, acquistano yacht e townhouse nel cuore di Manhattan, affollano le aste di Sotheby’s e Christiès che battono opere d’arte per cifre da record e spendono migliaia di dollari per vestiti e accessori griffati.
  • Alcuni economisti avvertono che la crisi economica potrebbe toccare anche loro e l’Independent Budget Office di New York prevede che il settore finanziario potrebbe perdere fino a 20.000 posti di lavoro entro la fine del 2009. Intanto però, la fascia luxury sembra godere di buona salute. Una conferma arriva dalle vendite e dalle previsioni per il prossimo futuro delle aziende globali del lusso come LVMH e Armani. Il colosso francese LVMH, che controlla Luis Vuitton, Fendi, Marc Jacobs e Givenchy, ha chiuso il primo trimestre del 2008 a 4 miliardi di euro registrando un +7% nei settori moda e accessori in pelle. Jacques Guiony, dirigente di Louis Vuitton ha parlato di aumento delle vendite del 10% nel mercato statunitense. Un risultato che sottolinea la resistenza del marchio in un momento problematico. Il brand Luis Vuitton, secondo Guiony, continuerà a crescere perché “in tempi difficili i consumatori privilegiano marchi affermati”.
  • L’affidabilità è un concetto chiave anche per i grandi nomi del Made in Italy come Giorgio Armani, che ha chiuso il 2007 con ricavi per 1.6 miliardi di euro (+8% rispetto all’anno precedente). Lo stilista continua a guardare con fiducia al mercato americano e in particolare alla piazza newyorchese. A inizio 2009 al numero 717 della Quinta Strada aprirà Armani/Fifth Avenue, un mega-store che offrirà accesso all’intero universo delle linee del designer italiano, Giorgio Armani, Emporio Armani, Armani Jeans, Armani Junior e Armani Casa completi di accessori, gioielli e fragranze.
    A fine aprile Gucci Group ha riportato ricavi per 816 milioni di euro, in aumento del 4% a valori attuali (+9,6% a periodi comparabili). Un risultato che testimonia qualche difficoltà sui mercati maturi ma l’azienda parla di proiezioni incoraggianti per il 2008.
  • Le turbolenze dei mercati non sembrano influenzare le abitudini di consumo dei super-ricchi ma potrebbero indurre quelli con redditi inferiori alla prudenza. Gli agenti immobiliari dell’agenzia newyorchese Prudential Douglas Elliman, ad esempio, spiegano che i clienti che dispongono di budget superiori ai 2.5 milioni di dollari per l’acquisto di case non smettono di comprare, mentre quelli che hanno un budget attorno a un milione mostrano più cautela.
  • Seth Semilof, editore della rivista Haute Living dice che gli inserzionisti di aziende automobilistiche puntano su Bentley e Rolls-Royce più che su automobili meno costose come BMW 5 Series. Il venditore di yacht Eric Lepeingle racconta che nonostante qualche riflessione in più sul cambio euro-dollaro sfavorevole, alla fine i suoi clienti non rinunciano alle straordinarie performance degli yacht italiani. Le fasce più alte del mercato, insomma, si confermano per ora sostanzialmente immuni alla crisi.
JCPenney ridimensiona il piano di espansione per il 2008
  • Appena un anno fa JC Penney era uscito allo scoperto con un ambizioso piano di espansione: 250 nuovi punti vendita nell’arco di cinque anni tra cui il primo a Midtown Manhattan. L’obiettivo era incrementare il valore delle azioni del 16% tra il 2008 e il 2011. Myron Ullman, presidente e amministratore delegato dell’azienda, aveva parlato “di mete forti e aggressive che ci porteranno in posizione di leadership nel settore”.
  • Il rallentamento dell’economia americana, tuttavia, ha costretto il department store a tornare sui suoi passi. Il suo target chiave – i consumatori che guadagnano redditi medi – sono i più colpiti dall’aumento del prezzo del petrolio e dalla crisi del mercato immobiliare. Così nell’ultima assemblea degli azionisti, Ullman ha annunciato il cambio di rotta: nel 2008 l’avvio di nuovi punti vendita rallenterà drasticamente. Penney taglierà 14 aperture (da 50 a 36) e risparmierà 200 milioni di dollari (alla fine del 2007 la liquidità della catena era pari a 2.5 miliardi). Anche la ristrutturazione dei negozi esistenti sarà ridimensionata: invece di 65 punti vendita, riguarderà solo 20.
  • Segnali negativi erano arrivati già il mese scorso quando l’azienda aveva annunciato che i profitti del primo trimestre 2008 sarebbero stati del 38% inferiori alle previsioni. A febbraio il management aveva tentato di reagire alla precarietà del mercato con il lancio di American Living, una linea sviluppata in esclusiva da Polo Ralph Lauren che dovrebbe arrivare a coprire 40 categorie merceologiche, dall’abbigliamento uomo-donna alla biancheria per la casa. I portavoce di Penney hanno più volte sottolineato la centralità di American Living nel futuro dell’azienda e hanno annunciato aspettative di vendita di un miliardo di dollari nel prossimo futuro. L’iniziativa è stata accolta in modo tiepido dagli analisti che hanno sollevato dubbi sull’opportunità di correre tale rischio nell’attuale fase di instabilità.
  • Ma nonostante le vendite di marzo siano calate del 12.3%, Penney afferma che i consumatori rispondono positivamente ad American Living. Gli altri brand di rilievo della catena di distribuzione sono Arizona, Stafford e St. John’s Bay per l’abbigliamento maschile e Concepts by Claiborne nel settore donna.
  • Dopo la frenata, ora Penney punta proprio sull’innovazione del prodotto per navigare le acque agitate dell’economia americana. "Se la clientela non trova buone ragioni per comprare, alla fine andrà altrove” ha detto Ullman. “La dirigenza di Penney sta facendo la cosa giusta. Non possono mollare finchè l’economia non migliora” ha commentato l’analista Gerald Hirschberg di Standard & Poor’s Corp.
  • Per il 2009 la situazione è talmente confusa che l’azienda ha deciso di sospendere le proiezioni annuali di guadagno (continuerà a diffondere i dati delle vendite mensili e le stime trimestrali). Ullman ha giustificato la scelta dicendo che l’attuale clima economico è il più imprevedibile visto in quasi quaranta anni di carriera e che “manca la visibilità necessaria per dare agli investitori indicazioni significative”. Di fronte alle perplessità degli analisti che reclamano chiarezza in nome degli investitori, il management di Penney rassicura: il piano di espansione è stato rinviato ma l’obiettivo di lungo termine rimane lo stesso, diventare il punto di riferimento per gli acquisti della classe media americana.
Made in Italy in ascesa tra le montagne di Park City
  • park cityPark City, sulle montagne dello Utah, è una città da sogno per chi ama il cinema e lo sci. Qui, dove Robert Redford ha creato il Sundance Film Festival, da 25 anni Cole Sport è il punto di riferimento per chi nell’abbigliamento da neve ricerca stile e performance. Gestita dalla famiglia Cole, l’azienda conta quattro punti vendita di cui il più importante a Park Avenue, una delle maggiori arterie commerciali della zona, e tre nei pressi delle frequentatissime piste da sci e snowboard. La gamma di articoli in vendita include equipaggiamento da neve e decine di linee di abbigliamento, molte firmate da designer italiani come Prada, Dolomite, Postcard, Parajumpers e Hell is for Heroes. L’8 dicembre scorso i marchi Made in Italy sono stati al centro di un evento promozionale Life in 'I' Style realizzato in partnership con l’ Italian Trade Commission-ICE. In questa intervista Burke racconta una piazza americana in pieno boom.
  • Signora Burke, quali sono le caratteristiche principali del mercato dell’abbigliamento di Park City e dello Utah?
  • Park City è un caso a sè rispetto allo Utah e agli stati vicini perché la nostra economia è trainata da un turismo di altissimo livello. Da cinque anni a questa parte la città vive una crescita straordinaria, il mercato immobiliare è in pieno boom. L’attuale rallentamento dell’economia americana ha toccato le fasce medie del mercato, ma nel mercato del lusso, il più importante per la nostra comunità, facciamo business as usual. L’ultimo inverno è stato uno dei migliori per Cole Sport.
  • Qual è il ruolo del Sundance nella crescita della città?
  • Il festival genera una grandissima pubblicità internazionale. Ha messo Park City in una posizione visibile sulla mappa mondiale. Poi offre l’opportunità a molti marchi di associare il proprio nome alle celebrità che affollano la città a fine gennaio. So che Robert Redford ad esempio indossa capi firmati Parajumpers.
  • Chi sono i clienti di Cole Sport?
  • Sono persone molto ricche, con un livello culturale molto elevato. L’età va dai 25 ai 75 anni. Ovviamente amano la neve e spesso possiedono una seconda o terza a casa a Park City. La maggior parte sono americani ma la presenza di turisti stranieri è in forte crescita: i messicani preferiscono la bassa stagione, quando le temperature sono meno rigide, e gli europei sono sempre di più. Con l’euro così forte per loro acquistare da noi è un affare. La compagnia aerea Delta ha annunciato che a breve ci sarà un volo diretto da Parigi, quindi aspettiamo un ulteriore aumento del flusso dall’Europa. I nostri clienti cercano articoli unici, spesso impossibili da trovare in altri punti vendita americani. Vado a Milano, in Germania e in Svizzera due volte l’anno per scegliere un assortimento davvero esclusivo.
  • Ci parli dell’evento organizzato a dicembre con l’ICE.
  • Abbiamo trasformato il punto vendita principale in una casa italiana, organizzato una sfilata e sponsorizzato un concerto in un centro artistico della città. È difficile quantificare l’effetto in termini di aumento delle vendite ma come stimolo all’acquisto ha funzionato molto bene.
  • Ci sono marchi italiani in particolare ascesa?
  • Hell is for Heroes di Riccardo Fiume quest’anno ha avuto un grandissimo successo. Fiume ha un talento straordinario, è innovativo, eclettico e scia da quando era giovanissimo, quindi conosce perfettamente lo stile di vita da montagna e le esigenze degli sciatori.
  • Quali sono i trend per la prossima stagione?
  • La palette di colori contiene tutte le sfumature del grigio e dell’argento. Prada rimane leader dell’eleganza discreta.
Il mercato dei tween alla ricerca di nuovi sbocchi
  • tween
  • Non guidano e non possono votare ma i tween, ovvero i giovanissimi di età compresa tra 8 e 13 anni, sono una vera ossessione per gli esperti di marketing. Non più bambini, non ancora teenager, sono ansiosi di coltivare un’immagine di sè sofisticata e sono disposti a spendere pur di riuscirci.
  • I circa 34 milioni di tween americani spendono infatti 51 miliardi di dollari mentre la cifra spesa per loro dalle famiglie sfiora 170 miliardi. Laura Groppe, dell’agenzia di marketing Girls’ Intelligence Agency (GIA), sostiene che la loro quota di mercato arriva a 300 miliardi.
  • Chi sono i tween e come si comportano? Francesco Morace, sociologo del Future Concept Lab di Milano, ha coniato la categoria di Posh-Tween: “Sono gli adolescenti amanti delle novità, forse gli ultimi e gli unici a seguire le logiche tradizionali dell’ultima moda, seguendo estetiche omologate e riconoscibili, facilmente incasellabili nello scenario delle marche e delle griffe. La complicità con il mondo delle mamme risulta fondamentale: esse non solo riproducono sui figli un’esigenza di gusto e valoriale ben precisa, ma amano l’opportunità di creare dei tandem estetici che fungono da elemento di connessione tra il mondo protetto della famiglia e quello esterno verso il quale i giovanissimi vanno confrontandosi”.
  • Negli Stati Uniti un esempio di successo imprenditoriale diretto ai tween è American Girl, marchio nato nel 1986 che da allora ha venduto 123 milioni di libri e 14 milioni di bambole modellate su personaggi storici. L’azienda, controllata da Mattel dal 1998, distribuisce l’omonimo magazine in oltre 620 mila copie e produce la linea di abbigliamento Dress Like Your Doll che offre alle ragazzine capi coordinati con il look della loro bambola preferita.
  • Agenzie come GIA hanno trasformato le tween americane in target di riferimento e hanno inventato tecniche estremamente aggressive per raggiungerle e studiarne i comportamenti di consumo. GIA dispone oltre 40.000 giovani leader per le sue ricerche. La società, che lavora per Disney, Mattel e Fox Network, organizza focus group sotto forma di feste in cui le tween discutono dei prodotti e le loro osservazioni vengono riportate ai clienti finali.
  • Alloy, un’altra agenzia di marketing, si è spinta oltre: i suoi ricercatori finanziano gli acquisti delle tween, in cambio le seguono nello shopping insieme alle mamme e ne studiano tendenze e orientamenti di acquisto. Un metodo che ha attirato critiche perché indebolirebbe il ruolo di filtro dei genitori. Mentre fratelli e sorelle maggiori infatti hanno un potere d’acquisto autonomo (negli USA i giovanissimi con un lavoro dopo-scuola sono circa il 60%), i tween dipendono ancora dagli adulti. Nel loro caso lo shopping è in buona parte frutto di una negoziazione tra i loro desideri e la disponibilità dei genitori ad assecondarli. E nell’attuale fase di debolezza dell’economia i tagli dei consumi potrebbero toccare sempre più questa fascia di mercato.
  • Nelle scorse settimane, ad esempio, le azioni di Tweens Brands, che controlla le catene di abbigliamento per ragazzi Limited Too e Justice, sono calate a $18.10 dollari, il livello più basso dal 2004. “I consumatori comprano meno capi e scelgono quelli i prezzi inferiori” lamenta Mike Rayden, presidente dell’azienda. Il rallentamento degli acquisti sembra riguardare anche i teen: il numero di adolescenti con un lavoro part-time è calato del 5% rispetto al marzo 2007 e il mese scorso, secondo l’Associated Press, le vendite complessive dei retailer per giovanissimi sono calate dell’8%. Anche per tween e teen è arrivato il momento di scegliere tra quantità e qualità degli acquisti.
La moda femminile perde in marzo quasi 3 punti
  • Se tradizionalmente il mese di marzo coincide con un aumento dei prezzi nel settore dell’abbigliamento, indotto dai nuovi arrivi delle collezioni primavera-estate, quest’anno il mercato ha registrato una netta inversione di tendenza, evidenziando un calo significativo dei prezzi per la moda femminile, che il mese scorso ha accusato una perdita di quasi 3 punti.
  • Il settore conferma il trend negativo cominciato a febbraio dove i prezzi erano scesi dell’1,8%, mostrando per il mese di marzo segni di flessione dal 2,7% al 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2007. L’intero settore dell’abbigliamento registra uno slittamento del 1,3% rispetto al febbraio 2007 e dell’1,4% rispetto al marzo dello stesso anno.
  • Tra le cause a cui addebitare il generale calo della moda femminile, gli esperti individuano la scarsa prestazione di vendita dell’abbigliamento pesante (giacche e cappotti) scesi del 8,5% in marzo e del 5,8% rispetto ad un anno fa; male anche gli abiti e i completi, in calo del 7,4% per il mese di marzo con una flessione complessiva del 1,4% in comparazione con l’anno passato. Maggiore elasticità sul fronte della categoria underwear, nightwear, sportswear e accessori, che ha registrato un aumento del 1% rispetto a febbraio e del 2,1% dal marzo 2007.
  • Le previsioni per la seconda parte del 2008 mostrano un ulteriore rischio di contrazione della domanda di moda, specialmente in questo particolare momento in cui i consumatori americani sono impegnati a far fronte all’aumento dei prezzi di energia e beni di prima necessità. Secondo il rapporto presentato all’inizio del mese di aprile nel Beige Book della Federal Reserve, la spesa discrezionale ha subito un forte calo nella maggioranza dei distretti economici americani, la domanda per i beni di lusso si è mostrata ancora forte sulla piazza di Chicago, San Francisco e in parte nel distretto di Philadelphia.
  • Con il cambio euro/dollaro tra 1,46 ed 1,48 lo scenario per l’anno in corso preannuncia un export in calo del 7% rispetto al 2006. Con il dollaro a 1,55 il calo salirebbe addirittura al 9,2%, un dato che esporrebbe le aziende italiane al rischio di registrare una crescita zero nelle vendite per la prima metà del 2008, un’ipotesi evidenziata anche dallo studio "Fashion Economic Trends", presentato dalla Camera Nazionale della Moda Italiana.
  • Dal canto suo, anche la Commissione Europea in febbraio si è vista costretta a dimezzare le previsioni per la crescita economica italiana relativa al 2008, riducendo le sue stime ad un più contenuto 0,7% prevedendo che le esportazioni soffriranno in modo particolare la forza crescente dell’euro e il rallentamento generale dell’economia americana.
  • Il Made in Italy, che sembrava essersi ripreso tra il 2006 e i primi mesi del 2007, sta andando incontro ad una nuova fase di recessione. Se prima ad incombere sull’economia della moda c’era la Cina, oggi il nemico numero uno è diventato il dollaro e la pesante crisi che ha colpito gli Stati Uniti d’America. Una risposta plausibile alla debolezza del dollaro potrebbe però arrivare dalle possibilità offerte dall’espansione internazionale in nuove piazze che vantano un PIL in crescita strutturale del 4%. Mercati come India e Cina ma anche Europa centro-orientale e tutti quei paesi non eccessivamente legati alla valuta statunitense.
Luci e ombre sul mondo del retail a stelle e strisce
  • Per contrastare la crisi dei consumi, Wal-Mart, Urban Outfitters e J. Crew Group hanno predisposto piani di ristrutturazione che hanno prodotto effetti positivi. Male invece Gap, Target, Kohl’s Corp e Talbots.
  • department store
  • Lo spettro della recessione che incombe sui mercati americani continua a fare vittime tra le società del retail a stelle e strisce. Dopo aver allertato i mercati finanziari da possibili contrazioni degli utili per i mesi a venire, i giganti del largo consumo hanno iniziato a fare i conti con il presente.
  • E’ in questo scenario, dominato da un livello di fiducia dei consumatori sceso al minimo degli ultimi 26 anni, che Talbots ha dovuto abbassare la testa di fronte alla decisione di Bank of America di tagliare le linee di credito a disposizione della società da 135 a 40 milioni di dollari. La disposizione si è abbattuta come uno Tsunami sulle quotazioni del titolo che in meno di quindici giorni ha dimezzato il proprio valore passando da 14 a 8 dollari per azione.
  • Per contrastare la crisi dei mercati, Wal-Mart ha deciso di ridurre la propria esposizione all’interno degli Stati Uniti (puntando sullo sviluppo del business nei Paesi emergenti) e di tornare alla vendita di prodotti di lusso. Secondo le stime realizzate da Sanford C. Bernstein & Co, la decisione della società di tornare a puntare sul segmento del lusso trova una risposta nella necessità di ottimizzare le vendite per incrementare i profitti. I margini generati dai prodotti fashion si attestano infatti mediamente al 31%, dieci punti in più rispetto alla media dei prodotti presenti all’interno dei magazzini Wal-Mart. La strategia del colosso di Bentonville, per il momento, è risultata vincente. Dal 10 marzo in avanti, infatti, i titoli hanno messo a segno un rally superiore al 14%.
  • Ma quello di Wal-Mart non rappresenta un caso isolato. Dopo lo scivolone di inizio anno, molti department store americani che hanno iniziato a vedere la fine del tunnel. E’ il caso, per esempio, di Urban Outfitters e di J. Crew Group che nell’ultimo mese hanno stupito i mercati registrando performance di crescita di tutto rispetto. Dal 10 marzo a oggi, infatti, il titolo Urban Outfitters ha segnato un progresso del 7% mentre J. Crew Group è riuscito a fare ancora meglio arrivando a un passo dal +10%.
  • Ma quali sono le ragioni di tanto ottimismo? Secondo gli analisti, esistono diverse spiegazioni di questo atteggiamento positivo. Da una parte, la convinzione che la crisi dei consumi in America non durerà ancora a lungo, grazie anche all’iniezione di fiducia derivante dalla concessione del bonus fiscale da 600 dollari che entrerà nelle tasche delle famiglie americane nel mese di maggio. Dall’altra, i piani di ristrutturazione messi in piedi negli ultimi mesi dalle società del comparto retail che si sono tradotti in una riduzione consistente delle scorte e in una revisione delle voci di spesa, primo passo verso un recupero di efficienza e di redditività.
  • Nonostante questo, sono ancora molti i retailer a stelle e strisce che guardano con apprensione ai mesi a venire. Target ha registrato una contrazione delle vendite nell’ultimo trimestre del 12,3% rispetto a un anno fa. A Gap le cose sono andate ancora peggio con le vendite del trimestre in flessione del 18%, mentre Kohl’s Corp si è detto preoccupato dopo aver visto le proprie vendite in caduta libera del 15,5% nei primi tre mesi del 2008.
La cosmetica italiana continua a perdere quota
  • Non si arresta l’ondata negativa indotta dalla debolezza della valuta americana. A farne le spese è questa volta l’industria cosmetica che nel 2007 registra un incremento nelle esportazioni del 1% a fronte di una previsione di crescita del 5%.
  • L’allarme è stato lanciato nel corso della Cosmoprof, il Salone internazionale della profumeria e cosmesi, tenutasi a Bologna dal 10 al 14 aprile. Il rapporto ha evidenziato come nel 2007 il fatturato dell’industria cosmetica abbia toccato quota 8.246,5 milioni di euro con una crescita generale del 1,9% rispetto all’anno precedente.
  • Make-up (Cosmetics)A sostenere la performance, per la prima volta da 10 anni a questa parte, non sono state le esportazioni ma il lavoro del mercato interno che ha assorbito oltre 5900 milioni di euro del fatturato delle imprese italiane con una crescita di 2,3 punti percentuali. Le tensioni sul mercato petrolifero e il contemporaneo record di valutazione dell’euro sul dollaro nella seconda parte del 2007, hanno giocato un ruolo determinate sulle stime delle esportazioni italiane di cosmetici non solo nell’area nordamericana ma in tutti quei paesi dove la valuta di negoziazione è la divisa statunitense.
    La maggior parte degli esportatori sono costretti a convivere con il problema della forza dell’euro nei confronti del dollaro; “Gli ultimi 3 mesi dell’anno abbiamo registrato un drammatico declino” dichiara Fabio Franchina, presidente di Framesi e Unipro, l’associazione italiana delle imprese cosmetiche, sottolineando la serietà del problema ora che la questione comincia ad interessare anche paesi con valute strettamente connesse agli andamenti del dollaro come Sud America, il Medio Oriente o l’estremo Oriente. La crescita delle esportazioni di un punto percentuale, con un valore di quasi 2280 milioni di euro, pur restando un dato stimato e preconsuntivo, potrebbe avere risentito anche di variazioni nell’assetto distributivo di alcune multinazionali che hanno spostato le proprie unità produttive fuori dai confini italiani modificando in tal modo il cosiddetto valore intercompany.
  • Il fatturato 2007 delle imprese italiane ha dunque ricevuto maggiore impulso dalla domanda interna, in particolare dai canali tradizionali, cresciuti del 2,4% con un valore di oltre 5.160 milioni di euro, grazie alle significative performance delle vendite in farmacia (+8,5% la crescita del valore di vendita al dettaglio nel 2007) e nelle erboristerie (+8%). Anche il canale della profumeria selettiva si è dimostrato una risorsa preziosa per le aziende che hanno incrementato i valori di vendita al dettaglio di 3,3 punti percentuali.
  • Nonostante le difficoltà dell’ambiente economico, il costante investimento in innovazione di prodotto e in ricerca ha consentito alle imprese italiane di rispondere alle sollecitazioni dei vari mercati e alla diversificazione di prodotto e di canale che i consumatori hanno imposto negli ultimi anni. In assenza di certezze sulla ripresa dell’economia americana, i produttori europei corrono il pericolo di perdere margine di elasticità, rischiando di ritrovarsi con le mani legate sulla questione dell’aumento dei prezzi, necessaria per contenere gli sbalzi del cambio di valuta. “Se superiamo il limite, rischiamo di perdere in volume - ha dichiarato Franchina - dobbiamo proteggere il margine, potremo sopravvivere solo se riusciremo ad occupare posizioni leader in nicchie più specializzate e sofisticate.
  • L’industria deve scegliere tra due possibili strategie di azione: raggruppare tutto il suo mercato sotto il marchio forte del Made in Italy, in modo da creare un posizionamento più specializzato e competitivo per le merci, oppure prepararsi al peggio entrando in competizione con i grandi gruppi come L’Oreal”.
A dispetto di un’economia in crisi, previsto un aumento del 17% nelle vendite on-line
  • on line salesCon un giro d’affari previsto di oltre 204 miliardi dollari nel 2008, le vendite di prodotti on-line vedono crescere sempre di più la loro importanza nella strategia di marketing di ogni azienda commerciale. E la crescita dell’e-commerce non si arresta, nonostante le sfide imposte da una difficile congiuntura economica globale: è quanto dichiara un rapporto della Forrester Research per Shop.org, sito ufficiale del National Retail Federation Trade Group - la più autorevole ed estesa associazione dei commercianti statunitensi, che rappresenta oltre 1,6 milioni di aziende in territorio americano.
    Secondo il rapporto, le vendite online vedranno una robusta crescita del 17% nel 2008 (per un totale previsto di 204 miliardi di dollari rispetto ai 174,5 miliardi del 2007), con un particolare rialzo nel settore abbigliamento, auto, computer e tecnologia, e questo senza includere acquisti online di pacchetti viaggio o biglietti aerei e non. Si tratta effettivamente di una crescita inferiore rispetto a quella del 21% registrata nel 2007, tuttavia rappresentanti dell’industria e analisti del settore sono d’accordo nel dichiarare che “l’e-commerce rappresenta in questo momento l’area più promettente nel mondo del retailing”, come ha ribadito Scott Silvermann, direttore esecutivo di Shop.org.
  • Il rapporto ottimista di Shop.org suona come un invito attraente per gli operatori italiani che vogliano lanciarsi nell’impresa dell’e-commerce. E suona come un avvertimento per i retailers più tradizionali, che continuano a chiudere filiali e ridurre il merchandising nei loro stores in un momento in cui il consumatore è sempre meno incline all’acquisto tradizionale - anche in virtù dei prezzi vertiginosi della benzina e degli aumenti nel costo della vita in generale.
  • L’unica eccezione è rappresentata dai grandi venditori all’ingrosso e dai big box retailers, che continuano a registrare aumenti delle vendite dovuti alla forte tendenza al risparmio del consumatore medio. Secondo l’International Council of Shopping Centers, anche a marzo i retailers tradizionali hanno registrato vendite deludenti.
  • Ci si potrebbe chiedere allora come mai il commercio online continui a crescere: naturalmente, l’e-commerce non è immune alle sfide della difficile congiuntura economica globale; ciononostante, secondo l’analista di Forrester Research e autore del rapporto Sucharita Mulpuru, l’ecommerce è un formidabile attrattore specie per due tipi di consumatori: da una parte, clienti affluenti con grande disponibilità economica, dall’altra consumatori attenti che cercano su Internet le migliori offerte e che spesso comprano molti articoli in stock per risparmiare sui costi di trasporto, anche approfittando delle numerose offerte di shipping a costo zero offerte da molte aziende. Tuttavia questa possibilità si ridurrà notevolmente nel prossimo anno: dei 125 retailer intervistati, solo il 35% ha dichiarato che userà incentivi sul trasporto nel 2008 (nel 2007 era l’85%). Naturalmente anche in questo caso i costi della benzina e dei trasporti incidono notevolmente sulle scelte strategiche delle aziende.
  • Per il prossimo anno i commercianti online si lanceranno invece in altre strategie promozionali, che in alcuni casi hanno dato buoni frutti: sono quelle legate al social networking, condotte attraverso siti come News Corp.’s (NWS, Fortune 500) Myspace.com e Facebook.com. “Si tratta di una strategia promettente per rafforzare l’immagine del brand nell’immaginario collettivo e per creare interesse attorno ad esso” dichiara Mulpuru: “Tuttavia bisogna ancora testare quanto queste strategie siano in grado di generare effettive crescite nelle vendite”.
Tommy TV sbarca sul Web
  • tommy tvTommy Hilfiger conta di attrarre l’interesse delle nuove generazioni, e di un nuovo popolo di consumatori, con un canale televisivo su Internet ad altissima tecnologia: TommyTV.com è un mix di web e TV, ispirato alla rete musicale MTV, e realizzato in associazione con grandi corporation come Sony BMG. Il music channel online, ancora in versione beta, ospiterà le Hilfiger Sessions, jam sessions e concerti realizzati in ogni parte del mondo con la sponsorship di Sony, nonchè videoclip e filmati di concerti di artisti come John Legend, Good Charlotte, Herbie Hancock, Michael Jackson, Wyclef Jean e Kelly Rowland, insieme a quelli di artisti underground e ancora sconosciuti alle grandi masse. Il tutto con filmati ad alta definizione e un design cutting edge.
  • Nessuno sforzo risparmiato, alla base l’idea fare raggiungere un pubblico sempre più vasto e fare crescere la fascia dei giovani interessati ai prodotti di tendenza dell’azienda. Chi naviga su TommyTV rimane a bocca aperta per la qualità dei video, girati in digitale ad alta definizione con tecnologia HDV, e trasmessi sul sito con Paper Vision Technology, che dà l’idea di osservare il concerto da un maxischermo tridimensionale.
  • Secondo Hilfiger e Gehring, direttore esecutivo del brand, il target previsto è un pubblico di ragazzi tra i 18 e i 24 anni: “Naturalmente si tratta di un’operazione commerciale, ma questo non è un sito di retail online. Non vendiamo musica né facciamo pagare i visitatori per scaricare brani o video. Vorremmo riuscire a coinvolgere le nuove generazioni a un livello emotivo, tramite la musica.” Ad ogni modo, TommyTV avrà un link al sito di e-commerce di Tommy Hilfiger, “così, se a un navigatore venisse a un tratto il desiderio impellente di comprarsi un paio di jeans, lo potrà fare facilmente”, dichiara Gehring sorridendo.
  • Prendendo ispirazione da canali internet di social networking come Facebook.com e Myspace.com, e naturalmente da YouTube, il sito di Hilfiger permetterà anche a band sconosciute di scaricare i propri video e mettersi alla prova, nella speranza di farsi scoprire da grandi label musicali, o magari nella speranza di un futuro contratto con Sony BMG. “Il consumatore giovane passa la maggior parte del suo tempo online” afferma Hilfiger, aggiungendo che era ovvio che l’idea di un canale musicale televisivo sponsorizzato dal brand sbarcasse prima o poi su Internet.
  • “Questo è l’inizio di una nuova avventura per noi” afferma Gehring: “abbiamo molte idee che vorremmo realizzare nell’immediato futuro: tra queste, magari cominciare a produrre musica fondando una nuova label in associazione con Sony.” Per quanto riguarda l’offerta pubblica che Tommy Hilfiger aveva annunciato a gennaio, ancora non ci sono novità. Gehring ha dichiarato che Apax Partners per il momento continua a posporre l’idea di un’offerta pubblica per il brand, viste le condizioni turbolente dei mercati finanziari. Voci, smentite da una portavoce di Tommy Hilfiger, parlavano di un approdo in borsa con una Initial Public Offering (IPO) per il 2009.
  • Tommy Hilfiger Corp. è di base ad Amsterdam, ed è di proprietà del gruppo Apax Partners Worldwide LLP, con base a Londra: Apax comprò Hilfiger nel 2005 - in un momento di crisi per il marchio, che stava perdendo il favore dei teenager - per 1,6 miliardi di dollari. Tommy Hilfiger andò in borsa per la prima volta nel 1992 e riuscì a incrementare le vendite annuali fino a circa 2 miliardi di dollari nel 2000, in un periodo d’oro in cui le sue linee diventarono popolari specie nel mondo della musica, anche grazie al contributo di artisti come il rapper Snoop Dogg. Adesso Tommy Hilfiger vuole ripartire dalla musica per tornare in alto.
Recessione si, recessione no
  • Recessione si, recessione no. Nelle ultime settimane il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush si è affrettato a ribadire che l’America sta attraversando una fase di rallentamento dell’economia molto sostenuta ma ancora lontana dallo spettro della recessione. Alle parole di Bush hanno fatto eco le dichiarazioni del presidente della Federal Riserve, Ben Bernanke, secondo cui il ciclo Usa potrebbe entrare in una fase di moderata recessione ma la crescita dovrebbe riprendere slancio quando si farà sentire l’impatto degli aggressivi tagli dei tassi d’interesse.
  • wall streetNonostante lo sforzo mostrato dalla Fed per riportare fiducia sui mercati, sono ancora molti a pensarla diversamente. A partire dagli esperti del Fondo monetario internazionale (Fmi) che all’inizio del mese di aprile hanno lanciato un allarme sostenendo che “la crisi finanziaria che ha investito gli Stati Uniti è peggiore del previsto e l’economia a stelle e strisce è destinata a scivolare in una modesta recessione nel corso 2008”. Il pessimismo dell’organizzazione di Washington è stato confermato da Martin Feldstein, numero uno del National Bureau of Economic Research (Nber). “L’economia statunitense è scivolata in recessione da dicembre o gennaio e questa potrebbe diventare il ciclo di rallentamento economico peggiore del dopoguerra”.
    Al coro dei pessimisti si è aggiunta la voce di Alan Greenspan, presidente della Fed dal 1987 al 2006, secondo cui esiste una possibilità su due che l’America entri in recessione nel corso del 2008. Ma c’è anche chi la pensa diversamente. E’ il caso degli analisti del colosso finanziario Hsbc secondo cui i primi segnali di recessione in America sarebbero già iniziati nel primo trimestre del 2007 con una contrazione della crescita economica e un incremento del livello di disoccupazione. Il problema, a questo punto, non è tanto quello di capire se e quando è iniziata tecnicamente la recessione USA, quanto piuttosto cercare di capire quando l’economia tornerà a crescere. “In passato, alle recessioni americane sono in genere seguiti periodi di ripresa vigorosa”, hanno spiegato gli esperti dell’Fmi. “Questo perchè le decise correzioni di rotta hanno permesso di superare rapidamente gli squilibri. E gli stimoli monetari e fiscali hanno avuto successo”.
  • Ma le cose stanno ancora così? Secondo gli analisti, la capacità di ripresa della locomotiva americana dipende dall’intensità della correzione della crisi immobiliare e di quella finanziaria. “Sebbene i prezzi siano calati di circa il 10% e i nuovi cantieri del 50%, il mercato sembra ancora lontano da un punto di equilibrio con le scorte di abitazioni vicine a livelli record e valutazioni ancora ben al di sopra della media storica”, avvertono gli esperti di Washington. A questo si aggiunga una crisi del credito ben lontana dal vedere la fine con un nuovo aumento atteso dei default sui pagamenti e sui pignoramenti. Tutto ciò si dovrebbe tradurre in un calo del 14-22 per cento dei prezzi delle abitazioni nel corso del 2007-2008. Quanto al mercato finanziario, è ancora presto per fare delle previsioni a causa della sua forte correlazione con la crisi immobiliare. Una cosa, comunque, è certa. Per il 2008, il Fondo prevede un continuo deterioramento di tutte le principali componenti della domanda interna, dai consumi agli investimenti residenziali a fronte di un continuo restringimento del credito e di un aumento della disoccupazione.
Le 10 catene di negozi più popolari tra le teenagers in USA
  • teen tabella
    Source: "The Tru Study: 2008 Spring Update" Teenage Research Unlimited
    (valori espressi in percentuale)
Fashion-digest
  • Punti vendita ad Atlanta per Michael Kors, Bulgari e Valentino
    Atlanta continua a raccogliere credenziali come città su cui il mercato della moda punta volentieri: recentemente Michael Kors, Bulgari e Valentino hanno dichiarato di voler aprire già quest’anno i loro primi store monomarca nella capitale della Georgia. Il primo ad inaugurare, in agosto, sarà il monomarca di Bulgari; Kors aprirà a settembre, e il suo Michael Kors Lifestyle Store, con circa 280 metri quadri di spazio espositivo, sarà il diciannovesimo negli Stati Uniti; sempre a settembre anche Valentino aprirà ad Atlanta un monomarca di circa 300 mq (il nono negli Stati Uniti). Valentino progetta di aprire in seguito un secondo store negli stati del sud, alla Galleria Mall di Houston (Texas). Michael Kors e Bulgari apriranno in Lenox Square, mentre Valentino aprirà poco distante su Phipps Plaza. Entrambe le zone sono centri commerciali naturali di proprietà di Simon Properties Group e si trovano nel crescente e signorile distretto di Buckhead, a circa 10 miglia da downtown Atlanta. Tisha Maley, assistente vicepresidente di Simon Properties Group, ha dichiarato che i retailers di lusso, e in particolare i brand europei, continuano a confermarsi come i migliori locatari anche in congiunture finanziarie non eccellenti: “I retailers di lusso si impegnano su strategie di mercato a lungo termine, e l’attuale debolezza del dollaro rappresenta per loro un’ottima occasione di espansione.”
  • Manhasset lancia nuove strategie e-commerce su Internet
    Americana Manhasset ha finalmente aperto le porte all’e-commerce. Il celebre centro commerciale open-air di super lusso alle porte di New York ha sempre inseguito strategie di marketing sofisticate, cercando di puntare su un’accurata scelta dei brand più esclusivi e su un ambiente e un’architettura di alta qualità - confermandosi così come una destinazione estremamente attraente per i grandi retailers di lusso globali. Ciononostante, l’e-commerce non compariva nella sua agenda, almeno fino al mese scorso: “Era arrivato il tempo che ci buttassimo anche noi nella sfida dell’e-commerce”, ha dichiarato Andrea Sanders, senior vice presidente e direttore creativo di Americana Manhasset. Il sito, su americanamanhasset.com, ha inaugurato il mese scorso con il lancio di 12 capi di Hirshleifer, che non sono ancora reperibili sul mercato. Tra i brand che operano ad Americana Manhasset sono inclusi Bottega Veneta, Cartier, Carolina Herrera, Chanel, Dior, Fendi, Gucci, Hermès, Giorgio Armani, J.Mendel, Louis Vuitton, Ralph Lauren ed Oscar de la Renta. “Dopo Hirshleifer, ci aspettiamo che sempre più retailers si uniscano in questa impresa su internet: la sfida online rappresenta per noi un piano a lungo termine”, dichiara ancora la Sanders.
  • Il WTO prevede un globale rallentamento nella crescita del commercio
    Per il 2008 si prevede la più bassa crescita in sei anni per il commercio globale: è quanto afferma il rapporto della World Trade Organization “World Trade 2007 and Prospects for 2008”, che attribuisce le cause del rallentamento alla congiuntura dei mercati finanziari e alla crisi delle maggiori economie mondiali, inclusa quella statunitense. Lo studio prevede che il volume del mercato subirà soltanto un tiepido rialzo del 4,5 % (una crescita dell’1% in meno rispetto al 2007), tuttavia avverte che molti fattori in gioco potrebbero contribuire a potenziali ulteriori ribassi rispetto a questa proiezione. Patrick Low, presidente e economista del WTO, ha dichiarato che tali proiezioni dovranno pertanto essere revisionate nel terzo o secondo quadrimestre del 2008. L’anno scorso, irrobustito dai risultati di economie emergenti come quella cinese e indiana, il commercio globale ha raggiunto, in termini di valore, i 13,6 milioni di milioni di dollari, un aumento del 15%. La disparità nei tassi di crescita del mercato in termini di valore e in termini di volume è da attribuirsi alla debolezza del dollaro, dato che il commercio globale viene calcolato in moneta americana. Il rapporto rivela anche che l’economia in maggior crescita - la Cina - ha registrato un aumento del 26% nelle esportazioni (1,2 milioni di milioni di dollari), che ha fatto scivolare le esportazioni statunitensi (in aumento del 12 % con 1,1 milioni di milioni di dollari) al terzo posto dopo la Germania. In generale, le economie emergenti hanno rappresentato più della metà dell’intero valore di esportazioni nel 2007. Sul fronte opposto, gli US sono rimasti il maggiore importatore mondiale, con un aumento nelle importazioni del 5% (per 2 milioni di milioni di dollari), seguiti da Germania (17% per 1 milione di milioni) e Cina (con un aumento del 21%, corrispondente a 956 miliardi di dollari).
  • Stella McCartney firma un nuovo accordo con Luxottica per la produzione di una nuova linea di occhiali da sole
    Luxottica e Stella McCartney Ltd, una joint-venture tra Stella McCartney e Gucci Group, hanno recentemente firmato un accordo di licenza per il design, la produzione e la distribuzione mondiale di collezioni di occhiali da sole con il marchio Stella McCartney. Lo hanno dichiarato voci interne di Luxottica, specificando che l’accordo, che avrà effetto dal primo gennaio 2009, avrà una durata pluriennale (6 anni, con rinnovo automatico di ulteriori 5). La prima collezione sarà sul mercato già nell’estate del 2009. "Siamo molto orgogliosi di intraprendere una partnership con Stella McCartney e il gruppo Gucci. Stella McCartney è uno dei più riconosciuti e apprezzati giovani talenti della nuova generazione di stilisti di moda. Le caratteristiche del suo marchio si inseriscono perfettamente nel nostro portfolio, e lo rafforzano ulteriormente", ha dichiarato Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica. Questi sviluppi rischiano di diventare problematici per Safilo, diretto concorrente di Luxottica, e il cui accordo con Gucci è in prossima scadenza nel 2010. Secondo alcuni addetti ai lavori la partnership Stella McCartney-Luxottica è costato alla casa di Vittorio Tabacchi un totale di 60 milioni in termini di capitalizzazione, e ora l’azienda di Tabacchi rischia di perdere anche altri cavalli della sua scuderia, tra cui le licenze di Gucci, Balenciaga, Alexander Mc Queen, Boucheron e Yves Saint Laurent, i cui contratti sono tutti in scadenza. Solo pochi mesi fa Luxottica aveva sottratto a Safilo la licenza per l’uso del marchio Ralph Lauren, e ancora prima quella dell’inglese Burberry. Non si sono fatte attendere le reazioni degli analisti: Merrill Lynch mette in evidenza soprattutto il pericolo che la società possa perdere la licenza con Gucci, in scadenza nel 2010.
  • Il Fashion Jewelry Institute espone a Forbes Galleries sulla Fifth Avenue
    La gioielleria contemporanea è al centro del “2008 Designer Showcase”, una mostra di gioielleria d’avanguardia del Fashion Jewelry Institute, che ha inaugurato il 24 aprile alla Forbes Gallery sulla Fifth Avenue diManhattan. Nonostante la domanda per la gioielleria classica rimanga altissima, sempre più designers contemporanei si stanno concentrando su forme nuove e sempre più elaborate: tra questi, Lorenz Bäumer, Adria de Haume e Stephen Webster. Ma tra i 40 brand esposti non sono mancate le collezioni di Cinta di John Hardy, di Mia Fonssagrives-Solow, di Graff e di Cartier. Anche i maggiori brand italiani tradizionalmente legati a forme classiche, come Gucci e Giorgio Amani, hanno dimostrato grande interesse per la manifestazione newyorkese. “Ciò che rende interessante la gioielleria contemporanea, è la continua elaborazione di nuovi temi, alla ricerca di uno stile unico e innovativo”, ha dichiarato Judith Price, presidente del National Jewelry Institute, che opera come agenzia nonprofit da oltre sei anni per promuovere ed esporre gioielleria di lusso da ogni parte del mondo. L’organizzazione allestisce due esposizioni all’anno in città come New York, Londra e Parigi. Il “2008 Designer Showcase” di New York sarà aperto fino al 20 giugno, poi si sposterà al Carnegie Museum di Pittsburgh a partire dal 23 luglio 2008. L’istituto si occupa anche di aiutare i designer a vendere le loro creazioni durante lo show, ma non per profitto: “Il nostro obbiettivo è attirare sempre più designer internazionali, e trasformare questa manifestazione nella migliore possibile piattaforma di lancio per i nuovi talenti”, conclude la Price.
  • Preoccupazioni nell’industria del tessile per la crescita dei prezzi nelle materie prime
    Mentre i prezzi della benzina raggiungono quote vertiginose, gli effetti sui trasporti e quindi sul mercato si fanno sempre più evidenti. L’11 aprile scorso, il prezzo della benzina ha raggiunto negli USA un nuovo record, arrivando a circa 3,365 dollari al gallone (circa 3,7 litri). Nel frattempo il prezzo del diesel è salito del 2,1% raggiungendo quota 4,066$ al gallone. Questi aumenti non fanno che confermare un trend ascendente che si è ormai stabilizzato nei mesi scorsi - e le previsioni non sono positive: gli analisti prevedono che i prezzi della benzina continueranno a impennarsi, specie durante il periodo estivo. Naturalmente questa situazione sta imponendo molti limiti e costi crescenti al trasporto commerciale. Il 22 aprile scorso l’S&P Retail Index è scivolato del 2,2%, il Dow Jones Industrial Average è calato dello 0.8 %, mentre il generale S&P 500 è sceso dello 0,9%. In particolare il settore tessile ne sta soffrendo: negli USA, i peggiori risultati sono stati per i grandi magazzini Dillard’s Inc., che hanno visto un ribasso in borsa al New York Stock Exchange del 10,7%. Anche Talbots Inc. ha continuato una spirale discendente, con cadute negli shares del 9,5%, mentre The Leather Experts di Wilsons è in ribasso del 5,9%. Zumiez Inc., retailer di abbigliamento sportivo, è stato uno dei pochi retailer a registrare invece risultati soddisfacenti, chiudendo con un’aumento del 2,4% sui suoi share.
  • Sempre più aziende usano cotone “Eco-Friendly”
    Due grandi aziende californiane punteranno sulla produzione di “basic cotton”, un nuovo tipo di cotone eco-friendly prodotto con un uso limitato di agenti chimici, fertilizzanti e pesticidi. A partire dal prossimo anno, PrAna Activewear di San Diego lancerà sul mercato due nuove t-shirt per uomo e donna realizzate in “basic cotton”, mentre American Apparel, di base a Los Angeles, userà questa nuova fibra nella produzione di quasi tutte le sue maglie sportive. Il “basic cotton” è stato sperimentato dalla fine degli anni Novanta come parte di una campagna ambientale dell’organizzazione “Sustainable Cotton Project”, e sta cominciando ad affermarsi come una valida alternativa al cotone organico, ormai surclassato dalla competizione di cotoni organici importati a prezzi minori da paesi di economie emergenti. “All’inizio, come tutti gli altri, pensavamo che il cotone organico fosse l’unica soluzione per ridurre la quantità di pesticidi usati nella produzione”, ha dichiarato Lynda Grose, direttore al marketing per “Sustainable Cotton Project”: “Ma lo scorso anno, 2000 acri (oltre 800 ettari) di campi di basic cotton in California hanno portato alla riduzione di oltre 3,2 tonnellate di pesticidi, fertilizzanti e agenti chimici usati nella produzione, mentre 250 acri (circa 100 ettari) di cotone organico hanno ridotto gli agenti chimici di 500 chili”. Il programma verrà esteso anche in Georgia e in Arizona. Ad oggi, la catena di produzione del “basic cotton” include 22 campi di cotone in California, l’azienda di filati R.L. Stowe di Lupton (Tennessee), e l’azienda di maglieria con base a Montreal Manoir Inc., oltre a PrAna e American Apparel.
  • I designer internazionali cercano nuovi spunti al L.A. Textile Show
    Al Los Angeles International Textile Show, tenutosi dal 16 al 18 aprile, designer e produttori erano alla caccia di stoffe e tessuti innovativi e all’avanguardia. Un totale di 225 espositori da ogni parte del mondo - inclusi Italia, Canada, Francia, Giappone, Svizzera e Corea del Sud - hanno esposto le loro collezioni per la primavera 2009, confermando una tendenza alla ricerca di materiali e colori nuovi: i colori metallici hanno mantenuto la loro popolarità, ma si profilano nuovi colori ricchi come blu elettrici e rosa shocking, e tessuti sgargianti a strisce e a pois. Non sono mancati poi il cotone organico e i tessuti high-tech, specie riservati a linee sportive all’avanguardia. Ventidue espositori presenti facevano parte della “Korea Textile Trade Association”: Soo Hoon Chae, direttore dell’organizzazione sponsorizzata dal governo coreano, ha dichiarato che la Corea guarda con interesse alla possibilità di un accordo di libero mercato con gli Stati Uniti, che necessita ancora di un’approvazione da parte del Congresso: “La Corea vorrebbe espandere le proprie esportazioni negli USA, specie nel settore tessile”. La Corea ha inoltre primeggiato nei tessuti ad alta tecnologia: Paka Textile Co. Ltd. ha presentato stoffe in chambray, tessuti con memory shape, e innovativi blends di cotone e pelle. Anche la svizzera Schoeller Textil AG ha puntato sull’high-tech, includendo nelle sue linee tessuti elastici in misti di fibre naturali e sintetiche, e poliesteri rivestiti da strati di alluminio luminescente. L’italiana Mectex ha tenuto conto della debolezza del dollaro nel realizzare linee economiche che dovrebbe vendere bene negli US, sperimentando tessuti double-face, e imitazioni di blend di seta e cotone di alta qualità, ma dai prezzi ridotti.
  • Hanesbrands triplica i guadagni nel primo trimestre 2008
    Hanesbrands Inc., l’azienda di abbigliamento intimo e sportivo che controlla, tra gli altri, i marchi Hanes, Champion, Playtex e Wonderbra, ha registrato nel primo trimestre del 2008 una vertiginosa impennata dei guadagni, triplicati rispetto allo stesso periodo del 2007: per il primo trimestre conclusosi il 29 marzo 2008, i guadagni hanno raggiunto i 36 milioni di dollari: il triplo rispetto ai 12 milioni dell’anno precedente. I risultati sono da attribuirsi a una serie di operazioni che hanno tagliato costi bilanciando così le vendite perdute per via dell’economia in crisi. Le vendite in questo trimestre sono scese infatti del 5% - 987 milioni di dollari, rispetto agli 1,04 miliardi dello stesso periodo nell’anno precedente. “La chiave del successo per noi sta nell’investire continuamente nei nostri brand, nel tagliare costi inutili, e nel razionalizzare e globalizzare i nostri processi di importazione, rifornimento e produzione”, ha dichiarato il direttore esecutivo di Hanesbrands Inc. Richard A. Noll.
  • Zegna aumenta del 10% i suoi guadagni nel 2007
    Ermenegildo Zegna continua la sua espansione con una crescita dei profitti del 10,1% nel 2007, aiutato da vendite internazionali sempre crescenti, e dall’apertura sui mercati di economie emergenti, sempre più attratte dalle esclusive collezioni della casa di moda italiana. Il profitto netto per il 2007 (calcolato per l’intero anno, conclusosi il 31 dicembre) è stato di 69.7 milioni di euro (un rialzo notevole rispetto ai 63,3 milioni del 2006), con entrate in rialzo dell’8,3% (per un ammontare di 843 milioni di euro). La maggior parte dei profitti è da attribuirsi al volume di vendite in Cina (salite del 38%), ad Hong Kong (del 32%), nell’Europa dell’Est (36%), e nel Medio Oriente (dove le vendite sono salite vertiginosamente del 41%). Il direttore esecutivo dell’azienda italiana, lo stesso Ermenegildo Zegna, ha dichiarato che i risultati positivi sono da attribuirsi a un periodo preliminare di significativi investimenti, che adesso stanno cominciando a dare i risultati attesi. Nel corso del 2007 Zegna ha infatti espanso il suo network globale raggiungendo la quota di 525 store, di cui 253 monomarca di proprietà del gruppo - un aumento del 20% rispetto al 2006. Zegna ha dichiarato che questa strategia di espansione aggressiva continuerà anche nel 2008, con due store aggiuntivi negli USA, e ben venti in Cina, dove la domanda è in vertiginosa crescita. Altri store saranno aperti quest’anno in Medio Oriente, in Europa dell’Est e in Brasile.
Eventi Moda maggio 2008
  • 7 maggio 2008
    Butch Blum
    Seattle, WA
    Marchi promossi: Ermenegildo Zegna
  • 12-17 maggio 2008
    Keepers
    Austin, TX
    Marchi promossi: Bruno Magli, Gianni Manzoni, Replay, Italo Ferretti, Ermenegildo Zegna, Brioni, Versace, Lorenzini
Il dato economico
  • Caro-oro e super euro minano l’export dei gioielli italiani in Usa. Volano le vendite di orologi, cosmetica e abbigliamento
    gold statsL’oro vola alle stelle e i gioiellieri italiani ne pagano il prezzo. Negli ultimi anni il costo del metallo prezioso è passato dai 250 dollari l’oncia del 2001 agli oltre mille dollari registrati nei giorni scorsi trascinando al ribasso le esportazioni di gioielli italiani. In base ai dati diffusi dal Dipartimento per il commercio americano, l’export verso gli USA di gioielli con il marchio Made in Italy è diminuito in un anno del 12,19% traghettando il valore delle vendite al di sotto dei 95 milioni di dollari.
    In questo difficile contesto, con le esportazioni gravate dal rialzo del prezzo dell’oro e dal forte apprezzamento dell’euro, gli orafi italiani sono riusciti tuttavia a contenere le perdite segnando una flessione delle vendite più limitata rispetto alla contrazione del mercato Usa: -18,18% rispetto a un anno prima. Non solo. Il trend di riduzione dell’export di prodotti di gioielleria non ha interessato soltanto le aziende del Belpaese. L’India, primo partner commerciale degli USA nel settore dell’oreficeria, ha ceduto poco meno del 50% della propria quota di mercato in appena un anno, mentre la Cina ha mostrato una contrazione delle vendite superiore al 5%.
  • Se il mercato americano ha mostrato segnali di debolezza per le imprese attive nel comparto dei gioielli, così non è stato per i produttori di orologi. Tra il febbraio 2007 e lo stesso mese del 2008, il valore delle esportazioni di orologi dal Belpaese verso l’America ha registrato un vero e proprio boom arrivando a segnare un incremento delle vendite superiore al 120% a fronte di un espansione del mercato statunitense limitata al +19% tra il 2007 e il 2008. La performance straordinaria messa a segno dagli orologieri italiani è stata emulata solamente da inglesi e indonesiani che nello stesso periodo hanno mostrato un’espansione delle vendite rispettivamente del 122 e del 150% con una quota di mercato nemmeno paragonabile a quella del Belpaese. Negli ultimi dodici mesi, infatti, le vendite di orologi italiani in USA ha toccato i 7,92 milioni di dollari rispetto agli 1,69 milioni delle aziende britanniche e i 340 mila dollari dell’Indonesia.
  • Un anno con il vento in poppa anche per il settore “cosmetica e profumeria”. Le esportazioni italiane verso gli USA hanno mostrato un’accelerazione superiore all’11% negli ultimi dodici mesi arrivando a guadagnarsi il 5,33% del mercato d’Oltreoceano equivalente a un giro d’affari di 65,9 milioni di dollari, alle spalle di Irlanda, Francia, Canada e Cina. Ma non è soltanto il mercato degli accessori a regalare soddisfazioni alle aziende del Made in Italy. In base ai dati raccolti dal Dipartimento del Commercio USA, infatti, gli stilisti italiani hanno continuato a consolidare il favore mostrato dal pubblico di acquirenti d’Oltreoceano. E’ così che tra febbraio 2007 e febbraio 2008, le esportazioni di abbigliamento femminile hanno segnato un +4% pari a 107 milioni di dollari rispetto ai 102 di un anno prima. Ma è l’abbigliamento maschile a guadagnare il primato nella classifica relativa al giro d’affari della moda italiana in America. Negli ultimi dodici mesi, le vendite negli Stati Uniti hanno mostrato un progresso del 13% consegnando all’Italia l’ottava posizione nella classifica dei principali fornitori di vestiti da uomo oltreoceano. In questo caso, il valore delle vendite si è portato a un passo dai 130 milioni di dollari contro i 114 del 2007 e i 108 milioni del 2006.