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12 Ottobre 2026

Svizzera

LE MINACCE ALLO “SWISS MADE”

Quando lo scorso anno il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto dazi punitivi alla Svizzera, Nabil Francis racconta di essere rimasto scioccato. Da generazioni, Felco produceva le sue caratteristiche cesoie con manico rosso nella sua sede tra le verdi colline del cantone francofono di Neuchâtel. Circa il 95% della produzione viene esportato in più di 120 Paesi e il gruppo a conduzione familiare annovera tra i propri clienti re Carlo del Regno Unito e l’ex first lady statunitense Michelle Obama. Improvvisamente, l’azienda si è trovata a dover affrontare un dazio del 39% sulle spedizioni verso il suo mercato principale, rispetto a un’imposta del 15% applicata ai concorrenti con sede nell’UE. Francis ha scelto una strada diversa: non delocalizzare la produzione né abbassare il prezzo delle cesoie, ha invece deciso di renderle più costose e desiderabili, aggiungendo optional come impugnature rivestite in pelle, lame placcate in oro e personalizzazioni incise al laser che hanno portato il prezzo oltre i 100 franchi svizzeri (125 dollari USA). Swissmem, la più grande associazione industriale del Paese, ha definito il 2025 un “anno perduto”, caratterizzato da una stagnazione delle vendite e dalla perdita di 6’600 posti di lavoro nel settore tecnologico. È ora in atto una ripresa timida ma disomogenea: nel primo semestre del 2026 le vendite delle PMI sono scese del 3,8%, nonostante la produzione high-tech nel suo complesso sia cresciuta del 2,5%. Un Paese senza sbocco sul mare con 9 milioni di abitanti, poche risorse naturali e salari tra i più alti al mondo non è certo un punto di partenza ovvio per una storia di successo nel settore manifatturiero. Eppure la Svizzera è riuscita nell’impresa. Le aziende hanno reagito ai salari elevati e all’apprezzamento della valuta diventando più produttive, più specializzate, più sofisticate e più costose, concentrandosi sui mercati globali piuttosto che sul loro ristretto bacino di consumatori nazionali. “Swiss Made” è diventato sinonimo del risultato: orologi, macchinari e strumenti di precisione di qualità tale che la clientela di tutto il mondo è disposta a pagare un sovrapprezzo per averli. Il risultato è un’economia popolata da un numero insolitamente elevato di aziende relativamente piccole, ma leader in nicchie di mercato molto specifiche. La capacità di resistenza di queste aziende poco conosciute al grande pubblico, ma leader nei rispettivi ambiti, ha aiutato la Confederazione a resistere in gran parte alla deindustrializzazione che ha investito il resto dell’Europa occidentale. La Svizzera ha la percentuale più alta di produzione high-tech tra tutti i 38 Paesi membri dell’OCSE. I dazi statunitensi stanno incoraggiando le aziende a produrre più vicino alla clientela americana, mentre la Cina sostiene da tempo le industrie ritenute strategiche. L’Europa ha risposto con sussidi e politiche industriali che favoriscono la produzione all’interno dell’UE. L’ex presidente della Banca nazionale svizzera (BNS) Thomas Jordan sostiene che il tasso di cambio reale del franco sia stato “notevolmente stabile” negli ultimi anni. Tuttavia, riconosce che l’adeguamento a seguito di un forte apprezzamento non è mai automatico e richiede uno sforzo significativo da parte delle aziende – in particolare in un contesto economico globale difficile. Bernina, azienda produttrice di macchine da cucire con 133 anni di storia, ha invece trasferito quest’anno la produzione in serie dallo stabilimento di Steckborn, nella Svizzera orientale, a quello in Thailandia. L’azienda ha attribuito la responsabilità al franco forte e alle difficili condizioni negli Stati Uniti, che rappresentano quasi i tre quarti del proprio fatturato. Altre aziende elvetiche hanno adottato approcci diversi. Victorinox produce ancora i suoi famosi coltellini in Svizzera, ma i suoi bagagli sono progettati nella Confederazione e fabbricati in Asia, recando una croce bianca su uno stemma nero in stile araldico invece del tradizionale logo bianco su sfondo rosso che adorna i coltellini. “La ‘swissness’ è più del nostro Paese d’origine, è parte di ciò che siamo”, afferma Estelle Létang, amministratrice delegata di La Prairie. “La nostra eredità svizzera continua a plasmare il modo in cui innoviamo”. “Per ora, siamo ancora indispensabili”, afferma. “E il nostro obiettivo è sopravvivere”.   (ICE BERNA)


Fonte notizia: SWI swissinfo.ch